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Tullio De Piscopo: “Ritmo e Passione” all’Augusteo

“Quando ero giovane tutti mi chiamavano Tarantella, mo’ ti faccio vedere cosa sa fare Tarantella!”. A parlare è  un Tullio De Piscopo che spalanca gli occhi colpendoti con l’entusiasmo innocente e scanzonato di un bambino, manifestando in ogni sua ruga facciale e in ogni suo muscolo quell’energia positiva e quell’impeto vibrante che gli batte dentro come un paio di bacchette,  facendoti entrare nel suo microcosmo familiare e dandoti subito del “tu”, senza smancerie e convenevoli di sorta.  E’ un Tullio De Piscopo che non ha mai dimenticato quando da ragazzino consumava le suole delle scarpe tra le strade e gli odori pungenti di Napoli, accordando ogni vicolo del centro storico come uno strumento; che sa tornare nuovamente nella pelle dell’uomo che porta sulle spalle cinquant’anni di carriera, con la stessa leggerezza con cui da giovane portava sulle spalle la sua batteria tra piazze, treni e città più grandi di lui.

Tullio De Piscopo: passione e tradizione al Teatro Augusteo

Lunedì 9 maggio al Teatro Augusteo Tullio De Piscopo ha festeggiato i cinquant’anni di carriera e ha fatto ascoltare al pubblico la sua canzone “Pummarola Blues”, scritta appositamente per l’evento “Artisti per Pizza Unesco”, in quanto è stato uno degli artisti che ha firmato la petizione (che ha superato ormai un milione di firme e che sta cercando di raccogliere anche le firme dei 195 paesi al mondo che aderiscono all’Onu) per entrare nella storia del Guinness con la pizza più lunga del mondo: stiamo parlando di una pizza lunga 2km, realizzata da pizzaioli napoletani e stranieri. Prima del concerto, De Piscopo ha incontrato la stampa e si è lasciato andare a una chiacchierata consapevole e toccante, in un clima surreale da vecchi amici che s’incontrano dopo anni davanti a un caffè, per affidare sospiri e riflessioni all’inchiostro. Poche domande e un filo di respiro rotto dalla commozione. Tullio ci ha sussurrato il ritmo sinuoso dei suoi inizi, costellato dalla tarantella e della scala melodica napoletana, passando per la scoperta del jazz che lo ha portato a specchiarsi negli occhi lucidi dei grandi artisti, John Coltrane e Chet Baker in primis. Ma Tullio non ci è mai affogato in quello specchio, non s’è mai sdoppiato: in un gioco di luci e rifrazioni, ha sempre saputo riconoscere se stesso, le sue bacchette potenti come il rimescolarsi del sangue nelle vene, e quella combinazione di ritmo e cuore che sembra provenire da un’altra dimensione, come se qualcosa lo ispirasse e si incarnasse nelle sue dita.

Vederlo all’opera è una specie di catarsi: le bacchette sembrano il prolungamento delle sue mani, il suo volto si trasfigura e ritorna bambino, adolescente, adulto, e tutto il suo corpo partecipa a quell’atto creativo e primordiale, cellule e nervi lavorano all’unisono con quel ritmo primitivo e sanguigno. Il concerto è stato un atto d’amore e di respiro corale, poiché sul palco sono saliti anche Joe Amoruso, Ivan Granatino e la Nuova Compagnia di Canto Popolare, che ha investito l’Augusteo con la sensualità animalesca e verace dei brani popolari napoletani. Il concerto s’è svelato pian piano, s’è aperto con un buio totale, squarciato solo dalle mani di Tullio, illuminate di rosso: è un attimo e le mani incontrano la batteria, rapite da un richiamo ultraterreno. E’ subito ritmo, blues e jazz, in un delirio sonoro che tocca le corde più variegate della musica e dell’animo dei presenti, che invocano Tullio a gran voce, come se fosse un amico o un parente che non si vede da tanto tempo, rompendo l’illusione scenica della lontananza dell’artista.

Inediti, virtuosismi e amici sul palco in una grande festa collettiva

Tullio non si risparmia e investe fino all’ultima goccia di se stesso, proponendo alcuni inediti, “Funky Virus” e “Canto D’Oriente”, per poi fondersi con la batteria in amplessi artistici e pezzi di bravura d’immensa portata, virtuosismi e colpi da maestro da pelle d’oca e brividi freddi lungo la schiena. Come un leone, un animale da palcoscenico, fa emozionare il pubblico usando le sue bacchette e creando atmosfere appassionate e toccanti, ma riesce anche a tinteggiare squarci onirici e pennellate di tradizione e pàthos . Arriva anche il momento di “Andamento Lento”, e il pubblico lo acclama a gran voce, come un serpente umano: è l’esaltazione collettiva, è una comunità che si riconosce e si riflette in quelle note, agitandosi e ritrovando il lato più sincero e spensierato di se stessa. E a tal proposito, Tullio nella conferenza stampa ci ha parlato di “Santo Andamento Lento”: “Santo” perché proprio grazie a questa canzone, lui ci ha raccontato di essere riuscito a comprare la casa che la sua famiglia meritava. Lo dice con un filo di voce, con le rughe di chi ne ha passate tante, di chi ha ingoiato l’amaro dei pregiudizi, di chi s’è portato Napoli marchiata sulla pelle, soffrendo anche a volte per quel marchio. Ma è un attimo, perché l’amore di Tullio per la sua città è tangibile e vivo, sembra quasi di toccarlo con mano e assaporarlo,
Napoli è nei suoi occhi da bambino e nel tocco paterno con cui ci abbraccia: “Mo’ vi faccio vedere dov’è arrivato Tarantella!”

E’ proprio questo il bello dei mostri sacri, non hanno paura di mostrarti le loro fragilità, di mettersi a nudo e di svelarsi, ti regalano un brandello della loro anima che porterai sempre conficcata in un angolo di te, come un talismano, a ricordarti che dalla terra delle radici si può arrivare a solcare l’orizzonte più bello. Proprio come ha fatto ‘Tarantella’.