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Eroica Fenice

Università: conterà l’ateneo, non più il voto

Conterà l’ateneo che avrà rilasciato il titolo di studi o conterà la disponibilità economica di una famiglia che permette ai propri figli, di studiare? “Una porcata” grida il Movimento 5 stelle, in risposta alla novità degli ultimi giorni della Pubblica Amministrazione.

Non sarà più il voto di laurea a decretare l’accesso ai concorsi pubblici ai neo laureati, bensì sarà il nome che porta la facoltà di uscita.

Sono nuove regole quelle che si sarebbero dovute discutere venerdì 10 luglio in Consiglio dei Ministri: qualità, serietà, prestigio dell’università che ha rilasciato il titolo di studi, tutti potrebbero presentare domanda di partecipazione ai concorsi pubblici vista la non più importanza del voto di laurea e del corso di laurea scelto. “Intento del provvedimento sarebbe infatti quello di valutare le reali capacità che il candidato è in grado di dimostrare durante il concorso a prescindere dal suo curriculum” spiega il ministro Marianna Madia.

Esisteranno quindi, in fin dei conti, università di serie A ed università di serie B.

L’elenco fornitoci dal ministero segnala i 20 atenei più importanti per ottenere punteggi in più nella stipulazione dei vincitori ai concorsi pubblici e neanche a farlo apposta, in questo elenco non sono presenti università del sud, ambiente da sempre, culla della cultura.

Su cosa vengano stipulati questi elenchi è a noi ignoto, riguardo le motivazioni vige un’aurea di mistero. È certamente giusto che tutti abbiano l’opportunità di accedere ai concorsi, ma non è certamente giusto d’altro canto che vi accedano i favoriti da un punto di vista economico. Non tutti, al giorno d’oggi, possono permettersi uno studio in facoltà dall’alto nome: per intenderci, in facoltà private.

Confindustria si dimostra essere in linea col nuovo pensiero della PA, ma ritiene importante si debba intervenire economicamente per gli studenti e le famiglie nella scelta del giusto ateneo e della facoltà che si rivelerà determinante per il loro futuro. Un futuro che se il disegno dovesse essere approvato, non sarà roseo dall’inizio, per chi si trova già in corso d’opera la strada sarà complicata, per chi come tutti gli studenti italiani si trova a studiare in parti diverse in Italia, a sudare sulle stesse carte sulle quali studiano tutti i loro coetanei. Tutti hanno il diritto allo studio, tutti hanno il diritto di vedersi realizzati tramite una laurea ed un futuro lavoro, tutti senza distinzione di atenei di appartenenza.

A rincarare la dose ci pensa Sel; il partito di Vendola accusa il governo di riempirsi la bocca di riforma a favore dei cittadini mentre, invece, è fautore di diversità e ineguaglianze non più accettabili. Insomma, l’emendamento alla riforma della Pa che considera un punteggio differente nei concorsi pubblici a seconda dell’università frequentata potrebbe ricadere, come altri provvedimenti degli ultimi governi, nel giudizio di costituzionalità della Consulta.

E gli studenti, forse un po’ tutti, intanto rimangono impietriti sui propri libri, fermi sulle parole che riguardano il proprio futuro, in attesa che qualcuno li lasci continuare senza aver timore della loro provenienza, senza sentirsi umiliati di fronte a chi, anche per lo studio, ha più possibilità. Loro, noi, restiamo fermi, aspettando, con un piede nella valigia che chissà dove ci porterà o restando nelle nostre facoltà coscienti che quel professore che l’esame te lo farà sudare sarà presente in ogni Ateneo d’Italia.

Sta di fatto che secondo una notizia di poche ore fa il Pd ha ritirato l’emendamento valuta-atenei, lasciando tutto in sospeso dopo l’estate, quando il governo si riunirà per discutere di alcune leggi sulla “buona università” promossa da Renzi, tra le quali c’è appunto tale valutazione degli atenei nei concorsi pubblici.

 -Università: conterà l’ateneo, non più il voto –