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Eroica Fenice

essere vegani

Vegan? Non è una scelta! (parte seconda)

Nella prima parte dell’intervista abbiamo approfondito argomenti essenziali a proposito delle motivazioni che sono alla base del “vivere vegan”, di seguito Vittorio ci spiega perchè il veganesimo non può essere una scelta.

È stato difficile difendere la decisione di diventare vegano e cosa ha comportato nelle relazioni con gli altri?

È difficile scontrarsi con la convenienza. E mi ci sono scontrato tante volte. Ogni volta che spiego i motivi per cui sono vegetariano le persone tentano di trovare qualche contraddizione o incoerenza nel mio stile di vita o si sforzano a cercare qualche fallacia nei miei ragionamenti. Credo che bisogna osservare con attenzione questo atteggiamento. È un atteggiamento che non si avverte così presente in nessun’altra discussione di nessun altro argomento. Ormai è palese, ci sono solo 4 ragioni per cui la gente si ostina a mangiare ancora prodotti animali: abitudine, tradizione, comodità e sapore. Lo ammetto senza alcun problema: carne, pesce, affettati, latte, formaggio, mozzarella sono deliziosi per il palato. Ma io non ho smesso di mangiare i prodotti animali per una questione di sapore: io l’ho fatto per etica e logica naturale.

E un po’ sorrido a guardare tutti i ragazzi di oggi che si dicono pronti a cambiare il mondo, a scendere in piazza per scontrarsi con i poteri forti, pronti a combattere persino la camorra a viso aperto ma non appena si tratta di cambiare loro stessi o quando cambiare le cose significa rinunciare a qualcosa, cominciano a dire: “Io ho già troppi impegni, non posso preoccuparmi anche di cosa o non cosa mangiare”,“la vita già è dura, se mi tolgo anche il piacere del mangiare… ?!”, “tanto non cambierebbe nulla, tu sei solo una goccia nell’oceano”, “mia madre non me lo permette”. Vorrei chiedergli: dov’è finita tutta quella tempra e quella virilità che trasmettete nei vostri post di facebook? Un’altra risposta preconfezionata è: “Io rispetto la tua scelta ma tu rispetta la mia (di mangiare animali)”, come se stessimo parlando di scarpe. Ma decidere di non mangiare più animali non è una scelta.

Non è una scelta smettere di essere causa dell’inferno che i maiali, le mucche, i polli e i conigli subiscono per diventare il nostro cibo.

Non è una scelta non essere più parte di una catena di smontaggio di esseri viventi, di maiali che appena nati vengono castrati (pare che serva a produrre una carne più grassa), di scrofe imprigionate in gabbie grandi quanto loro stesse che rendono impossibile anche solo girarsi da una parte all’altra, di maiali storditi attraverso elettrocuzione, sgozzati, strappati gli esofagi, incatenati e appesi ad un carrello di scolo e buttati in vasche bollenti dove annegheranno ancora coscienti.

Non è una scelta smettere di provocare la marchiatura con ferro rovente sul muso dei bovini, la recisione delle loro corna con tenaglie enormi per renderli del tutto incapaci di difendersi (il tutto senza anestesia), per poi ammassarli gli uni sugli altri nei camion che li porteranno al mattatoio, e durante il viaggio soffriranno la sete, il caldo o le temperature gelide, stanchezza e traumi che provocheranno la morte di parte di essi. Arrivati al macello vengono storditi attraverso una pistola captiva, vengono legati a testa in giù e  gli viene tagliata la gola. In questa fase la maggioranza degli animali resta ancora cosciente e, per via della posizione a testa in giù, questi animali inspireranno il loro stesso sangue durante tutta la fase del dissanguamento. Le mucche da latte vengono incatenate, private della libertà, e il loro latte sottratto ai vitellini, unici destinatari del latte, che invece vengono alimentati col sangue delle altre mucche macellate e tutto perché il latte della loro mamma deve arrivare sulle nostre tavole imbandite la mattina a colazione. Dopo essere state sfruttate al massimo per produrre latte, le mucche vengono macellate a 4 anni (in natura arriverebbero a vivere 25 anni). I vitellini maschi vengono uccisi a 4 mesi per la richiesta di “carne tenera”. Decidere di non bere più latte di mucca non è una scelta.

Non è una scelta rifiutarmi di contribuire alla tortura delle galline ovaiole alle quali viene tagliato il becco per evitare che si mangino tra di loro (plumofagia) una volta impazzite nelle gabbie strette come fogli A4, dove ne vivono ammassate 5 in ogni gabbia. Il becco è pieno di terminazioni nervose e ciò comporterà loro un dolore cronico, a vita. I pulcini maschi, essendo inutili per le industrie ovaiole, vengono gettati in un tritatore vivi. Muoiono 150.000 pulcini maschi al giorno in un solo stabilimento. Questo sistema è l’unico possibile per produrre tante uova quante servono per soddisfare 6 miliardi di umani.

Non è una scelta non mangiare i pesci, che tirati fuori dalle loro acque, non solo cominciano a soffocare ma i loro organi scoppiano letteralmente, implodono, e i loro occhi fuoriescono dalle orbite. La loro sofferenza viene ignorata, anzi praticamente esclusa, negata, solo perché i pesci emettono suoni che noi non riusciamo a percepire. Spesso i pesci vengono spellati da vivi (per non rovinare il prodotto) ed, essendo la loro pelle molto sensibile con un sistema di cellule sensoriali molto più complesso e sofisticato del nostro, la loro sofferenza è addirittura maggiore di quella che sopporteremmo noi umani con la stessa tortura. Gli animali uccisi ogni anno nei macelli ne sono circa 100.000.000.000 (100 MILIARDI). Dei pesci, invece, non si hanno stime.

Non è una scelta non voler indossare giubbini di pelle, la pelle di un animale tormentato, torturato, seviziato, scuoiato e lasciato morire.

Non è una scelta non finanziare i circhi che utilizzano animali rapiti dal loro habitat naturale e ridotti in stato di schiavitù: animali che  passeranno in gabbia e con le zampe incatenate il 95% della loro vita.

Non è una scelta opporsi ad un sistema di leggi obsolete che rende obbligatoria la sperimentazione animale per la ricerca scientifica. Questo è tutto l’orrore che si può avere in nome della scienza: tumori iniettati nei topi, conigli resi cechi, elettrodi trapiantati nel cervello dei gatti, scimmie avvelenate con sostanze chimiche, induzione di malattie di ogni genere (sclerosi multipla, AIDS, malattie cardiovascolari…). È follia!
E, seppur risapute, basta una frase per farci dimenticare tutte queste ignobili, vergognose, spaventose atrocità: “Preferisci salvare un topo o un bambino?”.  Un modo molto furbo e vile per andare a colpire l’emotività delle persone la cui maggioranza non conosce cosa sia effettivamente la sperimentazione animale e soprattutto la sua inutilità. In base ad una stima della Food and Drug Administration il 93% dei farmaci provati sicuri nei test su animali falliscono nelle fasi cliniche (cioè sui pazienti umani).

Pertanto c’è un’altissima probabilità che i farmaci presenti nel mercato non siano merito della sperimentazione animale (si veda Marco Mamone Capria, epistemologo – intervista dell’Huffington Post).
Massimo Tettamanti, forse il più esperto sul tema della sperimentazione animale, l‘ha definita un “errore metodologico” (invito a seguire le sue lezioni che si possono trovare facilmente su internet). Ma al di là di questo io credo che, ancor prima di soffermarsi sull’utilità scientifica della sperimentazione animale, si possa rifiutare questa metodologia sperimentale contemplando il sapore dell’orrido provocato da essa. Basta l’orrore per dire di no e per avviarsi verso metodi alternativi che già esistono e che saranno migliorati sempre di più. Credo che Albert Einstein ci abbia lasciato una norma di comportamento per risolvere questioni così delicate. In un saggio del 1965, “Pensieri degli anni difficili”, opponendosi alla repressione della libertà individuale che prendeva piede in tutta Europa, scrisse: “Nessuno scopo è, secondo me, così alto da giustificare dei metodi indegni per il suo conseguimento”. Non parlava della sperimentazione animale ma è una considerazione di portata generale. Ci ha indicato la strada. Inoltre analizzando anche altre sue frasi quali: “Io sono da molto tempo seguace del vegetarismo per principio oltre che per ragioni dietetiche e morali. Credo fermamente che una maniera vegetariana di vivere, per il suo effetto puramente fisico sul temperamento dell’uomo, avrà influenza molto favorevole per le sorti dell’umanità”; ancora: “Nulla darà la possibilità di sopravvivenza sulla terra quanto l’evoluzione verso una dieta vegetariana”. Non credo sia così sbagliato inserire quel suo pensiero nella  filosofia animalista. Rifiutare di ridurre gli animali a cose di nostra proprietà non è una scelta. Per qualunque motivo. Bisogna cominciare a capire e ad insegnare che non esistono animali da allevamento, animali da pelliccia, animali da laboratorio, animali da circo, animali da compagnia: tutto questo è stato creato dall’uomo. In natura esistevano gli “animali” e basta.

Non è una scelta decidere di non ucciderli. Ma pensaci! Che diritto abbiamo di fare a loro tutto questo? Chi siamo noi? Come ci permettiamo?
Pertanto la mia risposta è sempre: “NO! io non rispetto la tua scelta di mangiare gli animali!” perché se rispettassi questa scelta allora non rispetterei gli animali, la loro dignità, e il loro diritto di essere lasciati in pace. E chi non capisce il ragionamento che c’è dietro questo atteggiamento fa presto a chiamarmi “estremista”. Se possiamo vivere benissimo, e addirittura meglio, senza recare tutta questa enorme, infinita sofferenza, allora farlo non è una “scelta” ma è un dovere morale, un comportamento naturale. E se si vuole parlare di scelta, l’unica scelta in questione è scegliere tra ciò che è giusto e ciò che è sbagliato. Cosa che quando eravamo bambini sapevamo bene, poi ci hanno insegnato che il bambino nero è diverso, che le donne sono inferiori e che gli animali vanno mangiati e sfruttati.

Vegan? non è una scelta! (parte terza)

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