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Eroica Fenice

Violazione dei diritti umani? Il caso Riina

Violazione dei diritti umani? Il caso Riina – parte 2

Per la prima parte clicca qui.

Riina durante la sua lunga detenzione non si è mai mostrato pentito o intenzionato a cercare alcuna forma di redenzione, anzi: raggiunto dal giornalista Michele Carlino, rilasciò nel ’94 dichiarazioni minacciose contro il procuratore Giancarlo Caselli e altri rappresentanti delle istituzioni. Si lamentò, inoltre, delle severe condizioni in cui versava.

Questo portò all’apertura di un provvedimento disciplinare da parte del Consiglio Superiore della Magistratura contro il pubblico ministero Salvatore Boemi, accusato di non aver vigilato sul detenuto. Nel 2013 ripartono le minacce, questa volta nei confronti del pm Antonino Di Matteo e successivamente anche nei confronti di Don Luigi Ciotti.

Tale excursus è necessario per comprendere la pericolosità del personaggio, che ha tolto la vita o commissionato l’omicidio di uomini, donne e bambini senza il minimo rimorso. Tra le confessioni più shockanti (e toccanti) divulgate dalle testate giornalistiche nazionali c’è quella di Nicola Di Matteo, figlio di pentito e fratello di Giuseppe, il bimbo che fu rapito da alcuni mafiosi tra cui si ipotizzava lo stesso Riina. D’altronde il Corleonese non si vergognava ad affermare apertamente che “Chi vede il sole al mattino lo deve a me. E solo me deve ringraziare”.

Riina: violazione dei diritti o incoscienza?

Nella primavera del 2003  arrivano per Totò Riina i primi problemi cardiaci: subisce un intervento chirurgico e poco dopo viene ricoverato nell’ospedale di Ascoli Piceno per un infarto per ben due volte. Trasferito nel carcere milanese di Opera, viene nuovamente ricoverato all’Ospedale San Paolo di Milano. Attualmente, a 86 anni, è molto malato: ai gravi problemi cardiaci sono subentrati anche quelli renali, oltre a essergli stato diagnosticato il parkinsonismo vascolare.

Arrivando finalmente a tempi recentissimi, a un mese di distanza dall’anniversario della Strage di Capaci, a giugno di quest’anno la prima sezione penale della Corte di Cassazione ha deciso di accogliere l’istanza di Salvatore Riina e ha ordinato al Tribunale di sorveglianza di Bologna di motivare meglio la negazione del differimento della pena a suo vantaggio, sottolineando il diritto di Riina a “morire dignitosamente”.

Ecco, qui risiede il nocciolo della questione largamente dibattuta negli ultimi giorni: il tribunale di Bologna dovrà quindi decidere come muoversi e se (ma soprattutto come) continuare a respingere la richiesta del difensore del boss, Luca Cianferoni, durante l’udienza fissata il prossimo 7 luglio.

La problematica principale – ciò che ha maggiormente indignato l’opinione pubblica – è che dopo l’udienza il prigioniero “rischi” di ottenere gli arresti domiciliari. C’è da specificare che il rischio ovviamente è il nostro, non di Riina, se – come molti altri – il procuratore di Catanzaro Nicola Gratteri ha ragione nel sostenere che già isolato e a distanza continua a manovrare molte situazioni. Ci si trova quindi davanti a una fortissima contraddizione, che potrebbe fare veramente la differenza.

La nostra Costituzione all’articolo 27 è chiara e le pene devono rispettare il senso di umanità. In questo non c’è nulla di sbagliato: si tratta appunto della civiltà che ci contraddistingue rispetto a tutti gli altri esseri viventi. È altresì giusto, quindi, che Salvatore Riina – nonostante abbia privato letteralmente le sue vittime di qualsiasi tipo di dignità – venga trattato umanamente e gli vengano destinate le cure adeguate e tutto ciò di cui possa avere bisogno, proprio perché noi non siamo “belve”.

Attenzione però, è una eventualità remota dato che sostanzialmente la Cassazione ha solo fatto una richiesta al Tribunale: rivedere il proprio rigetto in virtù di un “difetto di motivazione”, e questo non vuol dire in alcun modo – come molti hanno interpretato, tra cui anche Pd e M5s – che la scarcerazione sarà dovuta o automatica per un personaggio come Riina. Semplicemente alcuni punti dovranno essere rivisti o l’Italia potrebbe nuovamente essere condannata dalla Corte di Strasburgo in materia di Diritti umani, offrendo una motivazione più che giusta per l’ulteriore rigetto. In fondo ce ne sono tante, no?