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Eroica Fenice

Violazione dei diritti umani? Il caso Riina

Violazione dei diritti umani? Il caso Riina – parte 1

Totò Riina è un nome che ultimamente si trova spesso sul web, ai telegiornali, sui giornali.

L’ultima volta che se n’è parlato così fittamente è stato probabilmente al suo arresto, avvenuto il 15 gennaio 1993. Salvatore Riina fu considerato dal 1982 il capo dell’organizzazione mafiosa Cosa nostra. Uno tra i tanti soprannomi assegnatigli è particolarmente emblematico: La Belva, che trova il suo significato nella riconosciuta ferocia sanguinaria dell’uomo.

Salvatore Riina: chi è il mandante dei più efferati crimini di mafia

Riina si è macchiato di numerosissimi crimini efferati, che gli hanno riservato molteplici condanne all’ergastolo: tra i più conosciuti troviamo l’omicidio del capitano Emanuele Basile, del boss Vincenzo Puccio, del tenente colonnello Giuseppe Russo, dei commissari Beppe Montana e Ninni Cassarà, di Piersanti Mattarella, Pio La Torre e Michele Reina. Ancora per l’omicidio del giudice Antonino Scopelliti, del generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, del capo della mobile Boris Giuliano e del professor Paolo Giaccone.

È stato giudicato coinvolto nella Strage di Capaci in cui persero la vita il magistrato Giovanni Falcone, la moglie Francesca Morvillo e tutta la scorta (Antonio Montinaro, Vito Schifani, Rocco Dicillo), nella Strage di via D’Amelio, in cui persero la vita il giudice Paolo Borsellino e cinque dei suoi uomini di scorta (Emanuela Loi, Agostino Catalano, Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Cosina e Claudio Traina) e nell’omicidio del giudice Cesare Terranova e del giudice Giangiacomo Ciaccio Montalto.

Nel 2000 siamo più o meno al suo decimo ergastolo per l’attentato in Via dei Georgofili, in cui persero la vita 5 persone e subirono enormi danni musei e chiese, oltre che per gli attentati di Milano e Roma. Ancora una condanna per l’omicidio del giudice Alberto Giacomelli, del giudice Rocco Chinnici, per la Strage di Pizzolungo (in cui persero la vita Barbara Rizzo e i suoi figli Salvatore e Giuseppe Asta, nient’altro che due bimbi di 6 anni), la Strage di viale Lazio e per l’omicidio di Giovanni Mungiovino, politico della DC, Giuseppe Cammarata e Salvatore Saitta.

Nel suo curriculum c’è però anche qualche assoluzione: la causa è la mancanza di prove che la Corte d’Assise di Palermo ha stabilito per l’omicidio del giornalista Mauro De Mauro e quella di Firenze per la Strage del Rapido 904. Un uomo insomma che per scontare tutte le pene stabilite dovrebbe avere a disposizione millenni interi. La soluzione è stata confinarlo di volta in volta in diverse carceri (Sardegna, Milano e dal 2013 a Parma), destinandogli il regime previsto dall’articolo 41-bis inserito regolarmente nell’ordinamento penitenziario nel 1975: tale formula, che dagli anni Novanta è stata destinata per lo più ai condannati per mafia ed è comunemente conosciuto come “carcere duro”, prevede il totale isolamento del prigioniero. Ha una durata di “soli” tre anni, ma nel corso del tempo – con l’esclusione di alcuni momenti – gli è stata prorogata di anno in anno.

Continua…Per la seconda parte qui.