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Yarmouk: la distruzione di un campo profughi

Il campo profughi di Yarmouk si trova a circa 8 km di distanza da Damasco, capitale della Siria. Si tratta di un campo abitato da 18mila palestinesi che dal primo aprile è stato occupato dallo Stato Islamico (meglio conosciuto come ISIS). La vita a Yarmouk è peggiorata dopo l’inizio della guerra civile in Siria, ed in particolare da quando nel 2012 l’esercito e i ribelli hanno iniziato a contendersi la zona, ma ora è diventata “disumana”. Miliziani dell’ISIS combattono in strada contro gruppi palestinesi e ribelli siriani, mentre il governo siriano ha iniziato a bombardare il campo lanciando anche i pericolosi “barili bomba”, cilindri riempiti di materiale esplosivo e altri oggetti – chiodi o pezzi di metallo – che nella detonazione vengono sparati fuori come proiettili.
Ma facciamo chiarezza: il campo profughi di Yarmouk è un campo costruito dopo la guerra tra arabi ed israeliani del 1948 ed era considerato la “capitale” dei profughi palestinesi fuggiti da Israele. Non bisogna pensare al campo di Yarmouk come un qualcosa di provvisorio bensì ad una vera città con le sue moschee, i suoi edifici pubblici, le sue scuole. C’è da dire, inoltre, che il numero dei residenti è calato a partire dal 2012 (inizio della guerra civile) ma la situazione è diventata sempre più disperata: prima della guerra il campo ospitava oltre 100mila profughi regolarmente registrati ma da oltre un anno moltissimi se ne sono andati in altre parti della Siria o all’estero oppure hanno cercato di tornare a Gaza. Secondo le Nazioni Unite, oggi a Yarmouk sono rimaste solamente 18mila persone, che si trovano in costante e grave mancanza di cibo, medicinali e altri beni di prima necessità. Il campo di Yarmouk è isolato in entrata e in uscita dal luglio scorso e solo grazie al recente accordo tra governo e ribelli è stato permesso agli operatori dell’ONU di entrare e consegnare cibo e medicinali.
Nel frattempo le notizie dal campo continuano ad essere confuse. Alcuni rapporti dicono che l’ISIS ne controlla orma il 90% arrivando a minacciare la capitale Damasco, altri più cauti – come i funzionari palestinesi con cui ha parlato Al Jazeera – parlano del 60 per cento. I funzionari hanno anche detto che l’ISIS ha già piazzato sui tetti dei palazzi i cecchini e che i corpi delle persone uccise sono abbandonati nelle strade. Circa 500 famiglie sono però riuscite a scappare e si sono rifugiate nel quartiere di Yelda, assediato dal governo siriano ma non controllato dall’ISIS.
Yarmouk ormai è diventata una “città-fantasma” dove le devastazioni sono incredibili e non esiste più alcun edificio che sia abitabile.
E noi cosa possiamo fare? Sicuramente, abbiamo la responsabilità di non restare indifferenti al grido di dolore di un popolo allo stremo. Lavoriamo insieme per la pace perché ciascuno può fare la sua parte. I rifugiati sono qui a ricordarci che non lontano da noi ci sono paesi sotto le bombe e un’umanità che disperatamente cerca di sopravvivere. Chi rimane nei paesi in guerra è una maggioranza inerte, indifesa a cui abbiamo il dovere di dar voce. Da noi umani deve partire la presa di coscienza, il riconoscimento intimo di tutta la miseria umana di cui l’essere umano è capace verso i propri simili. Non basta sfamarli con un tozzo di pane: occorre assicurare loro il ritorno e la restituzione della loro terra.

Yarmouk: la distruzione di un campo profughi