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Eroica Fenice

Hikikomori

Hikikomori, fenomenologia del guscio

Cosa pensiamo quando parliamo di adolescenza? Probabilmente la prima risposta sarà “è un periodo intermedio della vita“. Ormai consumata l’espressione “non si è né carne né pesce”. Definizioni su definizioni, risposte inconcludenti, perché tutte dallo stampo mortifero. La definizione dell’adolescenza è all’insegna della non-essenza, come insegna lo psicologo Stefano Maltese. La non definizione sottolinea una condizione di halfness, di incompiutezza, che in un’ottica psicopedagogica non agevola il dialogo, “perché tanto poi gli passa“. L’argomento delicato del fenomeno hikikomori, cioè dei ragazzi tartaruga, parte da qui.

Indubbio lo scarto che la fase adolescenziale presenta con il periodo dell’infanzia o dell’età adulta. È l’età della vita (perché questa è la sua definizione corretta) delle prime relazioni, del contatto con il mondo della scuola, forse il più critico, con il mondo degli adulti, tanto nel riconoscimento dell’essenza umanizzata dei genitori, riconosciuti nella loro ridimensionata onnipotenza, tanto nelle vite degli insegnanti. Nell’alterità si conosce se stessi, ci si incomincia a porre le prime domande e c’è qui quel momento di rottura, che è una demolizione del guscio dell’infanzia e apertura al mondo selvaggio e sconosciuto. La differenza sta nel come lo si venga percepito: una grande avventura o il peggior incubo.

Gli hikikomori e il lancio nel buio

Partire dalla dimensione dell’infanzia per riconoscere il problema degli hikikomori non è scontato. L’ottica adottata è quella della teoria sistemica, caposaldo della realtà psicanalitica dei nostri tempi. Il sistema è costituito da un centro e da tutto ciò che vi ruota intorno, l’individuo e il suo spettro di relazioni. La falla di uno dei componenti del sistema è una ferita di cui tutto il sistema si prende (o dovrebbe prendersi) carico. Il sistema di un ragazzino di 14 anni alle soglie dell’adolescenza è quello che vede protagonisti la famiglia e la scuola. Mettiamo caso che quel ragazzo diventi adolescente e non sappia nemmeno il perché. Viene trattato semplicemente in modo diverso e incomincia a porsi domande. A quelle domande gli viene risposto con un continuo “è solo una fase” o “un giorno capirai“. E nell’attesa di quel giorno? Annichilimento.

L’impossibilità di relazionarsi porta al cosiddetto ritiro, alla sindrome di hikikomori, dei ragazzi chiusi nel proprio guscio, perché se il mondo esterno non può sopportare il peso delle proprie domande, se il taboo nei confronti delle pulsioni sessuali e dionisiache non avrà un attimo di sosta, ma soprattutto se non sussisterà il dialogo, allora è meglio sparire. L’annullamento del peso corporeo porterebbe quindi l’adolescente a immergersi nella realtà virtuale, dove il peso del sé che il mondo non sorregge può essere in sospensione nella rete. La fobia della relazione ha la sua genesi nella fobia del rifiuto, perché una delle prime domande potrebbe essere: “chi sono io?“. Nessuna risposta, perché nemmeno gli adulti lo sanno. Una concezione rigida della divisione per età della vita crolla qui. Non rari i fenomeni dell’adultescenza, di quella cosiddetta condizione di stallo dell’adulto che è rimasto nel suo guscio e non si è riconosciuto nell’alterità.

L’elogio del fallimento e spiragli di luce

Il riconoscimento del sé è ulteriormente offuscato dalla condizione transferale. Il transfert può essere definito il modo in cui, nel sistema familiare, il genitore guarda al figlio. Prima che nasca sogna il suo futuro da ingegnere, la sua famiglia numerosa con un partner del sesso opposto. Se il lutto del bambino ideale a favore della nascita di quello reale non avviene, il bambino reale sarà inseguito per sempre dal bambino ideale che non è mai stato.  Gli hikikomori sono adolescenti che non parlano perché non si ritengono degni di essere ascoltati. In un’ottica sistemica, l’insorgenza di una tale problematica porta alla ridistribuzione delle responsabilità. Non si cerca il capro espiatorio, si riaprono le porte al dialogo. La psicosi della clinica dei nuovi sintomi, come la definisce lo psicologo Massimo Recalcati, nasce dall’elogio del successo. Il transfert rientra in gioco, l’adolescente non segue il regolare percorso delineato dai propri genitori e dalle istituzioni e viene stigmatizzato per questo. A tutto ciò, Recalcati risponde con l’elogio del fallimento, perché nell’erranza sussiste la capacità di desiderare un futuro in cui agire alla luce del sole e non nel buio della propria stanza.

La cura dell’empatia

La dottoressa Brené Brown ha parlato qualche anno fa del modo di creare una connessione con la fragilità dell’altro. Il guscio degli hikikomori o di chiunque viva in una condizione di ritiro resta intatto perché è così difficile scoprire cosa ci sia sotto. La cura dell’empatia è una cura dell’ascolto, il dono della parola è veicolo della connessione. Quello che salva nel crollo dell’architettura dell’io è il legame.

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