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Eroica Fenice

passi passati

Passi futuri e passi passati

Le mie parole non saranno soggetto di un articolo di cronaca. Ciò che racconterò non concerne la cronaca locale, tantomeno quella nazionale. Sono donna, sono donna quando mi sveglio al mio paese, quando cammino per le strade di Napoli, sono donna quando vedo i mulini spostare il vento ad Amsterdam, quando mi servono una paella a Barcellona. Sono e sarò donna, ovunque io vada. La fortuna più disgraziata che possa esserci: nascere femmina. Le famiglie desiderano che il primogenito sia maschio. Solitamente si desidera che il cane sia maschio, e certamente anche il gatto. Storie di parti, di sterilizzazioni, di figli. È difficile essere femmina anche per gli animali.

Non vorrei che una macchina pilotata dall’idiota di turno bastasse a turbare la mia pace. Mai vorrei che col sole calassero sulla terra anche i pericoli.

Cammino, è buio. Non corro: io non ho paura. Quattro ruote che seguono la volontà umana, m’inseguono. Apparente è la mia calma, appare la paura. Se fossi maschio, reagirei. Se avessi una corporatura più efficiente, qualcosa farei. Se mi avessero iscritta a scuola di karate a sei anni, magari sarei cintura nera, combatterei. Invece sono femmina, sono donna e il mio esser ciò fa sì che tu ti senta forte, il mio esser donna ti rende uomo. Un uomo di merda. I battiti scandiscono i miei passi: accelero, sempre di più. Costretta tra motori spenti parcheggiati alla mia sinistra e il motore in moto alla mia destra, percepisco il pericolo. Le parole del folle pilota mi lasciano presagire il peggio. Non ho ruote ai piedi, non ho motore, non ho benzina. Il mio corpo stanco gareggia contro i cavalli di una macchina. I cavalli sono soliti correre, io a stento riesco a camminare senza inciampare.

Cammino, è buio. Non ho mai avuto paura, da quel giorno in poi la paura ha avuto me. Ho sempre camminato guardando solo ed esclusivamente avanti: ciò che mi lasciavo dietro erano passi dei quali non sentivo l’esigenza di curarmi, erano passi passati, era passato. Ora quando cammino, il corpo va in avanti, compie slanci rapidi e decisi verso il futuro che mi viene incontro, ma gli occhi sono puntati indietro: temo sempre che il passato possa rincorrermi. Temo che possa trovarmi mentre mi dirigo verso casa al buio, sorprendermi all’improvviso e turbare nuovamente la mia precaria calma, temo che possa decidere d’inseguirmi il passato. Seguirmi e pugnalarmi, non uccidermi ma torturarmi. Da quella notte compio passi futuri non perdendo mai di vista i passi passati.