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Eroica Fenice

A che serve la filosofia?

A che serve la filosofia?

«A che serve la filosofia? A niente, e a nessuno. Non serve, anzitutto perché non ha uno scopo cui essere asservita. E non serve a nessuno, dal momento che se ha una storia e una tradizione è perché non conosce autorità». Così affermava provocatoriamente Giulio Giorello, filosofo contemporaneo, in un articolo sul Corriere della Sera di qualche anno fa.

Spesso la filosofia viene bollata (in primis dagli studenti) come una disciplina estremamente boriosa, inutile, pedante… Eppure studiare la filosofia (troppo spesso i prof del liceo si limitano a propinare ai loro alunni solamente la storia della filosofia…) ha un vantaggio: aiuta a pensare, stimola la nostra intelligenza e ci spinge a metterci in gioco, a comprendere meglio il mondo e tutto ciò che ci circonda. Perché la filosofia non è solo meditazione solitaria ma è anche, innanzitutto, condivisione. Condivisione?! Sì. Come non pensare, infatti, ai dialoghi platonici o agli insegnamenti di Socrate? La filosofia è una disciplina nata nell’agorà ed è giusto –come alcune manifestazioni (si pensi al Festival Filosofia che si svolge tra Modena, Carpi e Sassuolo) negli ultimi anni fanno- che la si riporti in piazza.

A che serve la filosofia? La risposta di Hannah Arendt

A proposito di filosofia e di filosofi, un film che induce a riflettere è Hannah Arendt di Margarethe Von Trotta. Uscito nel 2012, è arrivato nelle sale italiane con ben due anni di ritardo, sottotitolato, per soli due giorni in occasione della Giornata della Memoria e poi recuperato da qualche cineforum di nicchia. La regista tedesca delinea il profilo della Arendt, allieva prediletta di Heidegger, di famiglia ebraica, che lascia la Germania per gli USA nel 1933 a causa delle leggi razziali: una donna coraggiosa, coerente, che si confronta con il significato del male e non smette mai di interrogarsi. L’intento del film è ricostruire la controversia che si scatena attorno alla pubblicazione sul New Yorker del reportage della Arendt riguardo il processo Eichmann, uno dei più spietati gerarchi nazisti, da lei seguito a Gerusalemme (poi trasformato nel celebre libro dal titolo italiano La banalità del male). La posizione, assunta dalla Arendt in questa occasione («Eichmann non è un demonio!», dice la filosofa in un intenso passaggio del film)  pone l’accento su come, troppe volte, conti più l’obbedienza che la responsabilità, e l’obbedienza fa trionfare il male e, appunto per questo, lo banalizza.

La scena che colpisce maggiormente è quella in cui la Arendt spiega le sue posizioni ai suoi studenti statunitensi e rivela, con disincanto, il suo amore per l’uomo nella sua individualità, al di là del popolo a cui appartiene. Tale posizione, in fondo, esula dalla specifica questione dello sterminio degli ebrei e dalle responsabilità dei capi nazisti ma nasce da una riflessione -che da decenni la Arendt conduceva- sull’insensatezza del male nella storia dell’uomo; una riflessione che ha una portata antropologica, che riguarda tutti noi uomini del XXI secolo. In questo consiste l’essenza della filosofia: il suo amore per l’uomo e l’interesse per tutto ciò che lo riguarda. Perché, in fondo, la filosofia, come Marziale diceva della sua poesia («Hominem pagina nostra sapit») ‘sa’ di uomo.

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