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Eroica Fenice

Appartenersi di Karim Miské

Appartenersi di Karim Miské

Noi esseri umani abbiamo bisogno del senso di appartenenza. Perché pensiamo che il contrario di appartenere è perdere. Il contrario di appartenersi è perdersi. Perdersi nella propria interiorità, nella propria casa, nella folla, nelle lunghe e immobili code; perdersi nelle risate, negli abbracci, negli affetti, nella fede. Perdersi non è come appartenersi, e ce lo dice Miské in Appartenersi (ed. Fazi Editore).

Appartenersi è una breve autobiografia sul senso di appartenenza, sulla sedentarietà emotiva e mentale

Karim Miské si è sempre sentito senza un senso di appartenenza. Sin dalla più tenera età, e forse prima ancora di aprire gli occhi in questo mondo: è un ibrido apolide. Nato da padre mauritano musulmano e madre francese cattolica, Karim si sente sballottato dalle due culture e religioni. Spintonato dalle credenze di una e dell’altra, lui fermo a stento su una linea invisibile che divide i due mondi, sempre in bilico. Il primo mondo, quello occidentale, che si basa un po’ sui soliti luoghi comuni e che chiede al bambino da quale parte vuole stare; il secondo è quello rappresentato dalla nonna africana che gli insegna che si può spingere qualcuno verso una decisione anche senza dover parlare la stessa lingua.

Un bambino, poi ragazzino ed infine uomo, che si sente un nero con i bianchi e un bianco con i neri. Società e popoli che, nonostante le insistenze per averlo con loro, non sono pronti ad accoglierlo, ma anzi gli trasmettono sempre e comunque quel sentimento di ripudio. Karim Miské cresce così, quindi, senza sentirsi appartenere a nessuna cultura e a nessuna fede religiosa, in balia delle convinzioni politiche materne, e di conseguenza alle prese anche con una scissione interiore. L’autore parla di sé e di una vita in cui cambiare idea e coalizione, senza mai mettere radici mentali ed emotive, lo abbia riempito più di quanto avrebbe potuto fare un’esistenza sedentaria, solida e con certezze. Le incertezze, infatti, lo hanno reso un lunatico dell’appartenenza facendolo sì soffrire ma anche rendendolo un uomo libero.

«Non appartenere e non farsi appartenere alla fine non significano perdersi», dice il libricino di Karim Miské nelle sue poche pagine e nei suoi pochi paragrafi; che non appartenere equivale ad essere liberi. Liberi di essere e di non essere, e che alla fine non è poi un così tanto dubbio amletico. Essere liberi di pensare e di vivere con la visione di un mondo senza segni cardinali e senza colori predefiniti, essere liberi di avere un’anima con la doppia cittadinanza. Essere liberi di vedere il mondo da più prospettive, guardare tutte le sue sfumature ed essere in pace con esso, prima o poi.

Appartenersi è un libro che lascia il segno

Appartenersi è un libricino che sapevo avrebbe lasciato il segno dentro di me, come lettrice ma anche come persona. Come Miské mi sono sempre sentita scissa e in conflitto con due mondi opposti, due religioni e due culture che non hanno nessun comune denominatore se non la sottoscritta. Una guerra di emozioni perenne, senza il cessate al fuoco, senza tregua. Vivere una vita di questo tipo, dove non si riesce a rinnegare la propria appartenenza ma non si riesce neanche ad accettarla sedotti dall’altra, fa sì che si cresca prima del tempo, che si maturino consapevolezze senza confini. Con parole prive di attese o esitazioni, sembra che l’autore esponga tutto d’un fiato un sentimento durato tutta una vita, stanco di averlo alimentato e custodito per così tanto tempo.

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