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Assistenti di italiano all’estero, racconti e interrogativi: lo rifareste?

Ogni anno circa 300 neolaureati italiani sono selezionati come Assistenti di italiano all’estero; scorrono una graduatoria sul sito del MIUR (il Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca) e leggono il proprio nome, per poi conoscere la destinazione da raggiungere e il Paese in cui esportare la lingua e la cultura italiana. Una volta giunti sul posto, gli Assistenti sono chiamati ad affiancare gli insegnanti di italiano di ruolo nelle mansioni didattiche quotidiane per 7 mesi, con uno stipendio di 800 € al mese per 12 ore di lavoro settimanali. Nella realtà dei fatti, però, cosa significa concretamente lavorare come Assistenti di italiano all’estero?

Insegnare l’ italiano in Francia: la parola agli assistenti

La Francia, vicina per lingua e distanza geografica, offre annualmente circa 180 contratti per Assistenti di italiano. Un numero consistente di neolaureati, quindi, fa i bagagli e parte con la sola certezza di un lavoro, più o meno consapevole dei disagi burocratici e organizzativi ai quali va incontro. Potrebbe essere interessante analizzare gli aspetti positivi e disastrosi di questa esperienza, in compagnia di colleghi che, come me, hanno vissuto l’incarico nelle varie zone dell’Esagono.

Ricevere il plico dall’Académie che ti designa come assistente di una data scuola è, sicuramente, un’emozione forte: spacchetti quella busta marrone, leggi la città in cui sei stato destinato e, se sei stato fortunato, non hai bisogno di cercare su google maps il villaggio sperduto in cui vivrai per sette mesi in compagnia di mucche, marmotte e anziani che parlano provenzale o bretone. Nel mio caso, la soleggiata e popolatissima Montpellier era la prima scelta e, come per molti altri assistenti, una buona dose di fortuna mista agli sforzi accademici mi hanno consentito di evitare questo click selvaggio alla ricerca della mia futura casa.

Nuove abitudini, mille strette di mano, conversazioni più o meno imbarazzanti, gaffes tremebonde, istinti violenti nei confronti dei ‘cugini’. Comincia, bene o male, sempre così. Essere Assistenti di italiano rappresenta, per molti, una prima esperienza in campo lavorativo: posso dire che mi sono ritrovato, di punto in bianco, a gestire dodici lezioni settimanali in completa autonomia con una manciata di indicazioni da parte dei professori di ruolo. Insomma, lo spazio per l’emotività e l’ansia da prestazione sono ridotti all’osso, pena le facce disorientate e annoiate degli studenti, che talvolta si ritrovano a scegliere l’italiano come ultima opzione del proprio piano di studi.

Cosa significa essere Assistenti di italiano all’estero?

Nel ricco meridione francese la varietà delle situazioni da fronteggiare è, senza dubbio, un valore positivo e centrale di questa esperienza, ma non sempre gli studenti sono l’esempio lampante di ciò che si potrebbe definire ‘una scolaresca bendisposta e accomodante’: vedere mille facce, cercare di calibrare il proprio atteggiamento, avere così tanti “datori di lavoro”, specie se consideriamo che lo sguardo esigente di un liceale incute più timore di un professore universitario, tutto finirà per formarti e lasciarti dentro un certo spirito di sopravvivenza e improvvisazione.

Di questo arricchimento ci parla Federica Gargiulo, studentessa salentina selezionata per la tanto agognata Académie de Paris, il cuore nevralgico della Francia, assegnata all’Ecole Nationale de Commerce di Parigi:

L’esperienza è stata meravigliosa, stimolante. Mi ha arricchita sotto tutti I punti di vista: lavorativo, umano, comunicativo, culturale. Insegnare la propria lingua e la propria cultura agli studenti francesi è stato anche “apprendere” costantemente, uno scambio davvero bello.

Ciò che mi ha colpito, parlando con i tantissimi giovani Assistenti di italiano espatriati è l’innamoramento che alcuni hanno sperimentato nei confronti del luogo di lavoro: Federica Belfiori, studentessa romana, selezionata per la Corsica, mi racconta di come si sia adeguata ai ritmi quasi romanzeschi della città di Bastia, al suo mare cangiante, alle sue atmosfere artistiche. Parla dei Corsi come di individui disponibili, allegri, generosi, spontanei come forse eravamo anche noi una volta, insomma, ci ribadisce che i Corsi non sono proprio ‘francesissimi’.

E cosa ne pensa un’italiana del lavoro in Corsica?

A scuola, i docenti con i quali ho lavorato non solo hanno favorito la mia integrazione nel contesto lavorativo, ma hanno stretto con me un rapporto di amicizia e di scambio. I miei studenti, tutti adolescenti nella fase critica tra i 15 e i 18 anni, si sono mostrati sempre educati nei miei confronti, incuriositi, a volte divertiti…tutto ciò per dire che andare al lavoro e preparare le lezioni è stato un piacere.

Erica Pulvirenti ha lavorato come Assistente di italiano, invece, all’altro capo della Francia, nell’affascinante città di Nantes, l’Ouest. La sorpresa più bella, per lei, è stata riscontrare il fascino che la lingua italiana esercita su molti francesi del luogo.

Dal punto di vista lavorativo a scuola è stata meravigliosa, ho amato i miei alunni e ho avuto un rapporto veramente di empatia con i miei colleghi. E anche con le persone al di fuori del Corpo Docenti, come la segretaria del liceo Camus.

Insegnare è il sogno di tanti, il ripiego di molti. Nella realtà dei fatti, essere per un periodo limitato Assistenti di italiano ci permette di coniugare più esperienze, assaggiare a un tempo il lavoro e l’esperienza della vita all’estero. Complessivamente l’esperienza è organizzata in modo accettabile, anche se l’impossibilità di rinnovare il contratto per un altro anno rischia di renderla un po’ troppo breve, per poterne cogliere al meglio i frutti. Un’altra nota dolente è, senza dubbio, la disorganizzazione da parte del Ministero Italiano, che sfodera una dopo l’altra una serie di perifrasi eleganti per dire “Non lo so”. Altra piccola stonatura è il marasma burocratico francese, lo scoglio essenziale per tutti coloro che vogliono stabilirsi nel paese della Gioconda: CAF, documenti, certificazioni, carte sanitarie, autorizzazioni, sono un incubo costante.

Resta il fatto puro e semplice che emigrare e notare l’interesse con cui la nostra lingua viene accolta e divulgata ci fa riflettere tutti i giorni, tutto il giorno, ci fa domandare dove stiamo andando, ma soprattutto dove stiamo sbagliando, se fuori dalle nostre mura a forma di stivale persiste un elogio e una celebrazione costante nei confronti della nostra Italia (quale Italia, però?). Posso affermare che questa esperienza, più che farmi allontanare dal mio paese, mi ci ha fatto avvicinare e innamorare: perché se all’estero amano l’Italia, è mio dovere prenderla in sposa (o in sposo, gratia Cirinnà).

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