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Eroica Fenice

Assoli Giovani: Quell’ultima corsa

L’ultimo spettacolo della rassegna teatrale napoletana A(s)soli Giovani incontra il tema della morte.

Già, detto in questi termini, l’incipit non sembra essere dei migliori e lo spettacolo, dal titolo “Quell’ultima corsa”, non promette la messa in scena di una rappresentazione spensierata e gioiosa.  I pronostici potrebbero intimidire uno spettatore superficiale ma, in verità, i Naviganti Inversi propongono uno spettacolo che non solo vale la pena di essere visto, ma che deve addirittura essere vissuto.

Lo spazio teatrale, concentrato e conciso, e la disposizione dello stesso immettono lo spettatore sulla scena. Come un vicino di casa che spia oltre la finestra, il sipario immaginario e immaginato si apre e, le tendine si annullano lasciando libero il passaggio. In un unico ambiente si svolge l’incontro/scontro tra i due protagonisti che a sembrano giocare il ruolo degli antagonisti, nonostante uno dei due si sforzi e riesca, a tratti, ad apparire come l’aiutante del suo oppositore.

Tratta dal testo teatrale “Sunset Limited” dell’autore americano Cormac McCarthy, la versione di Marco Serra ha la chiara intenzione di parlare ai giovani e di condurli sul terreno fluido e scivoloso di una riflessione sociologica e culturale. Maurizio D. Capuano e Francesco S. Esposito sono magistrali nell’interpretazione dei due opposti, nello scontro filosofico e analitico di due modi di vivere e di interpretare la vita così opposti e, per questo, tragicamente incompatibili.

I personaggi appartengono a cliché già ben consolidati e testati e quindi, forse, la scelta degli stessi rischia di ricadere in una sorta di banale rivisitazione e interpretazione della società contemporanea. Da un lato c’è “il barbone per scelta”, l’uomo che rinuncia a vivere nella società perché ne rifiuta gli schemi, la struttura e le imposizioni; l’uomo di colore vestito di stracci che si accontenta di vivere di stenti in una casa arredata con rifiuti e accessori di fortuna; l’uomo così estraneo alla società da risultare, agli occhi della stessa, invisibile e inesistente; l’uomo economicamente e materialmente povero che si rivela essere ricco di risorse e di forza d’animo. Dall’altro lato c’è il professore, l’uomo borghese figlio di avvocato che ha perso il suo essere nei meandri di una costruzione sociale che diventa esclusivamente costrizione sociale; l’uomo che ha letto più di tremila libri senza mai aver letto il libro dei libri, la Bibbia; l’uomo che ha smarrito se stesso perché ha preferito l’apparenza sociale da professore invece del suo essere uomo; l’uomo acculturato e ateo che incarna il canone secondo cui chi più sa, più soffre.

La religione sembra essere l’unica ancora di salvezza possibile in un mondo così disilluso e senza speranza, materialista e distruttore di se stesso. Il credente si ostina a salvare l’ateo, il fedele cerca di condividere la propria visione del mondo a chi ha perso ogni fiducia, il barbone prova con tutti i suoi mezzi a comprendere e aiutare il professore eppure, alla fine, tutto appare inutile e stupido. Se nemmeno la religione, consolatrice dei deboli e degli indifesi, riesce a intaccare l’animo di una persona che non vede altra via d’uscita che il suicidio, dov’è finita la speranza? Che speranza ha questo mondo?

Ricco di spunti, lo spettacolo osserva con cruda oggettività la società contemporanea e le offre un momento di riflessione, un momento in cui potersi fermare e lasciare il ritmo frenetico della quotidianità consumistica al di fuori della propria mente, un attimo in cui potersi guardare allo specchio e scrutarsi dentro prima che sia troppo tardi, prima che si arrivi ad aspettare “Quell’ultima corsa”.

Un piccolo appunto va all’organizzazione: lo spettacolo è cominciato ben oltre l’orario previsto, il ritardo ha superato la mezz’ora nonostante gli spettatori fossero già presenti e la struttura della sala ha permesso che lo spettatore fosse raggiunto dalle voci di strada e dalla confusione del sabato sera, disturbandolo e trascinandolo via da quell’atmosfera intima che la rappresentazione teatrale ha così magistralmente creato.

 

-Assoli Giovani: Quell’ultima corsa-

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