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Eroica Fenice

gipsy

“Baffi e violini”. Frammenti di una Napoli Gipsy

Se c’è una città italiana gipsy, quella è Napoli. Gipsy perché nulla è mai statico o fisso, tutto è terribilmente eccessivo, ma estremamente genuino e mai scontato. Non è difficile immaginare uomini baffuti dalle pance prominenti, con violini e fisarmoniche a seguito, sorseggiare del vino (o del caffè) mentre giocano a carte con i simpatici vecchietti partenopei a piazzetta Nilo, o in qualche vicolo del colorato centro storico. Ma lasciando da parte queste immagini pittoresche e folcloristiche (al punto giusto), Napoli, si sa, è una città che ha sposato molte culture,  ma negli ultimi anni ha lasciato che anche l’anima “nomade” penetrasse nella sua cultura, e perché no, nel suo modo di concepire il mondo. Si sono così venuti a creare degli spazi “di mezzo”, dei luoghi immaginari e allo stesso tempo concreti nei quali l’incontro tra culture diverse ha dato vita ad elementi del tutto innovativi e creativi. In questi spazi rientra un po’ tutto: la musica, la cucina, l’arte, la letteratura, le feste, i riti. La musica, che a Napoli è come il pane, è uno di quegli spazi nei quali il mix dà vita a creazioni eccezionali.

Esperienze gipsy nella città partenopea

Ed è così che esplodono idee culturali e musicali come quelle di ‘O Rom, gipsy band che fonde Italia e Romania già a partire dal nome. L’aggettivo Rom, “zingaro” nella lingua romanì, seguito dall’articolo napoletano è infatti molto più di un appellativo “esotico”: è il termine che rappresenta l’orgogliosa differenziazione del rom dal “gadjo”, il non rom. Rom e non rom, non sono però due entità separate, e la band italo-rumena fondata da Carmine Aniello, attraverso la sua fanfara composta da sonorità balcaniche e dell’Italia Meridionale, ne è la dimostrazione. Da anni i “musicanti” di  O’Rom sfidano il razzismo a suon di bouzuki, fisarmonica e violino.  I suonatori rumeni, assieme agli artisti partenopei, fanno così una pernacchia sonora alle difficoltà della vita e ai pregiudizi che accompagnano da sempre la figura dello zingaro, “brutto, sporco e cattivo”. La musica tzigana, arrivata da oriente, sembra essere dissonante e disordinata, ma è in grado di ricreare suggestioni e immagini colorate e gioiose. Una metafora di Napoli? Forse. Anche Costel Lautaru, proveniente da una generazione secolare di musicisti rom, sa bene cosa sia questa strana “Napoli gipsy”: lui e la sua famiglia sono le avanguardie della musica balcanica a Napoli e qui, assieme ad altri suonatori amanti delle “tziganate”, ha fondato la sua famiglia allargata, che è anche un po’ transnazionale e transmusicale. Il suono gipsy a Napoli è la dimostrazione di come la musica sia un linguaggio universale, e di come sia facile prendere in prestito un po’ della cultura dell’Altro. Questo è anche ciò che fanno i “Quartieri Jazz” di Mario Romano, per esempio, che sperimentano una fusione nata da un ulteriore meticciato, ovvero la lingua e i suoni napoletani con il jazz manouche, genere nato appunto dall’unione del jazz con le sonorità tzigane, che vanno dai balcani, all’Andalusia, e ancora più lontano, al mondo.

Il gipsy come stile di vita, individuale e sociale

Il modo di suonare “alla Tzigana” non è solo musica, ma è uno stile di vita, è il pensare alla vita con leggerezza, senza essere leggeri. E così da un lato c’è la Napoli dei campi rom, quella del degrado e del pregiudizio, dall’altro c’è la Napoli gipsy, quella dei baffi e dei violini, dei ritmi esaltanti e a volte struggenti, di una malinconia appena accennata. In questa Napoli non ci sono solo suoni, ma anche sapori, perché la cultura include tutti i sensi e gli organi del sentire: il ristorante “Chikù” a Scampia, nato grazie all’impresa sociale di “La Kumpania”, cooperativa di donne napoletane e rom, affronta l’illegalità e i disagi legati al degrado e alla povertà attraverso la cucina, fondendo meravigliosamente piatti campani e rumeni, rivisitando ricette, ingredienti e sapori per reinventare una società che ha bisogno di sostegno e collaborazione.

Alcune realtà di Napoli stanno provando a seguire la strada della contaminazione e della conoscenza reciproca, e non importa che si tratti di musica, arte o cucina: forse il viaggio, il passare da una possibilità all’altra, è inconsciamente rimasto una metafora della cultura, quella del rom, ma anche quella del gadjo. Forse baffi e violini fanno parte di un immaginario colorito, stereotipato, per quanto affascinante. Ovviamente non tutti i rom hanno i baffi e suonano il violino, la musica balcanica non sempre è sinonimo di allegria e condivisione, e i napoletani non sono tutti dei bohemien. Però la musica è sempre un po’ gipsy quando è libera: va dove le pare, viaggia, prende in prestito ciò che vuole e combina le note così come le immagina, senza per forza doversi fermare in superficie o mostrare i documenti alla dogana. E se la formula del “Lacho drom” (l’augurio di buon viaggio in lingua romanì) impone all’animo di andare leggero, allora siamo sulla buona strada.

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