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Eroica Fenice

Ballando a Sud del mondo

Son cantastorie, un buffone, un giullare;

ma stasera son serio, vi porto a ballare.

Fidatevi, dunque, venite con me

Vi porto nel posto più bello che c’è.

C’era una volta, così comincia ogni storia. Ma questa è una storia che oggi ancora c’è e che, se saremo fortunati, domani ancora ci sarà. Ma, soprattutto, se starete attenti, una volta lette queste mie parole, potrete scorgerne l’eco scritta sulle case, disegnata sui quaderni dei bambini, scolpita sui muri delle chiese, raccontata dalle rughe degli anziani. Io oggi la vedo spuntare tra le nuvole di un cielo grigio che alle 7.00 del mattino ha già pianto tutte le lacrime che aveva da piangere. Sono stretta nel mio cappotto mentre salgo sulla cima di una montagna in questo febbraio senza neve. La nebbia, pian piano, me la lascio alle spalle; o, meglio, ai miei piedi e il mondo sembra cambiare, il tempo fermarsi, i sogni avverarsi.

Mi hanno sempre detto che l’amore, quando c’è, lo percepisci. Io l’ho visto. Ho visto milioni di braccia alzarsi al cielo, incontrandosi le une con le altre per raccontarsi la gioia di esserci, la nostalgia di un passato da tenere stretto col suono di castagnette che hanno innata la musica della tradizione. Li ho visti quei piedi che, girando e ballando, disegnano un mondo perfetto. Poco più in là, ho visto mani vattere (picchiare) una tammora, tenendo il tempo, il tempo del canto, della fatica, della preghiera, del perdono. C’è gente che mi balla davanti, di lato e tutta intorno. C’è qualcuno che mi allunga un bicchiere di vino, qualcun altro sulle scale di una chiesa mi sorride sincero. Un uomo fotografa due ballatori. Una donna abbraccia una bambina. Un nonno che tiene per mano suo nipote gli spiega la storia della sua terra attraverso quei canti che scacciano le guerre, la cattiveria di chi le combatte, la follia di chi le pensa. E ora quel bimbo sa che oltre i draghi e ai re, ben più magico di fate e stregoni, c’è un ballo, la tammurriata, che tiene unita la gente nella speranza e nella condivisione.

E non è l’allegria o la semplicità di questo popolo ad avermi colpito. O non solo. Sono le radici che ognuno di quei ballatori, musicanti e cantori ha a farmi capire la grandezza di questo Sud. Sono persone che hanno il mare negli occhi, nelle mani e nei pensieri. Un mare che potrebbe portarli ovunque, eppure loro restano lì, come querce secolari, convinte che, lontane dal proprio sole, perderebbero l’ammore e ‘a cuntentezza.

Ed è come se avanti agli occhi avessi una foto in bianco e nero, nella quale, però, saprei riconoscere tutti i colori pur non avendoli mai visti. In questi balli, in questa musica, vedo e sento il Sud che mi piaceNessun Sud fotografato e stampato in offensive cartoline, un Sud dai sapori lontani dalla solita pizza, un Sud non suonato dal mandolino, un Sud visitato da turisti che camminano con lo zaino sulle spalle e non, come di solito accade, stretto sul petto. Il Sud del “Non ho niente e te lo dono”.

Il Sud di De Simone e del suo “Bene mio, comme ca oggi a tutt’ i pizz, ogni allitterato istruito, pe’ sfuga l’arta soja a sicondo de la moda, crede d’avè scuperto l’Ammerica, ‘nteressandosi de li fatti di casa nosta, da parecchio tiempo m’è venuta ‘n capa d’adunà ‘na ciert stroppola, senza luvà mierito a li vierz, e cierti fattarielli comm già l’avevo sentiti dalla bocca de ‘gnora vava. Chest, primma di tutto, pe’ mett’r ‘nu tacchero a la lengua de chill ca senz’avè ‘nu callo de sistema, vonn mettere a sistema lu munn, e ca oggi se gloriano de repetere a pappavall ogni puttanata ca leggono o che hanno ‘ntis ‘ngopp a lu popolo nuost. In sicondo, pe’ chilli perdajurnat’ ca se stipano pure chell’ ca cacano e adunanno parole napulitane sul da la sporta de lu sapunar, se crerono ca ogni evera è ‘bbona pe’ la ‘nzalata, senza sapè distinguere la lattuga novella da l’evera che serve pe’ nettarsi lu culo. E ‘mmo ca pure io te pozz da l’impressione de malalengua che sta facenn da mezz’ora fuorfc fuorc cusenno li panni dell’autri, nun te voglio cchiù inzallanire, ma te lass scusannomi pe chesta sferrata che pure era necessaria. Napoli è chella che è, e nun sarann ciert li sparat de cierti cacasentenze o li tirate di cierti pullecenella che a teatro l’aviss sul da sputare ‘mmocca, a cagnare la situazione”.

[Bene mio, siccome oggi ovunque, ogni persona istruita, per esporre la propria idea secondo la moda, crede di aver scoperto l’America, interessandosi dei fatti di casa nostra, da parecchio tempo mi è venuta l’idea di riunire certe filastrocche, senza togliere alcun merito ai versi, e certe storie così come le avevo già sentite dalla bocca di nonna quand’ero piccolo.  Questo, prima di tutto per mettere un freno alla lingua di quelli che senza avere regole, vogliono regolare il mondo e che oggi si gloriano di ripetere a pappagallo ogni stupidità che leggono o che hanno ascoltato sul popolo nostro. In secondo, per quei nullafacenti che conservano anche quello che defecano e, raccogliendo parole napoletane solo dalla cesta dello straccivendolo, credono che ogni erba è buona per l’insalata, senza saper distinguere la lattuga novella dall’erba che serve per nettarsi il sedere.

E adesso, che anche io ti posso dare l’impressione di malelingua che da mezz’ora sta cucendo i panni degli altri, non voglio più confonderti ma ti lascio scusandomi per questo sproloquio che pure era necessario. Napoli è quella che è e non saranno certo le sparate di certi moralisti, o le chiacchiere di certi Pulcinella che a teatro dovresti solo criticarli, a cambiare la situazione.]

Questa storia ho narrato,

ai cavalieri e alle lor signore.

Che vi sia piaciuta o meno io non ho peccato,

perdonatemi, di grazia, son solo un cantastorie. 

Hai letto: “Sud: balli ed emozioni popolari”