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Eroica Fenice

Le due facce del Castello di Baia

“Sventrare Napoli? Bisogna rifare”, diceva Matilde Serao, in apertura ad una delle inchieste più egocentricamente sentite della città. Sì, egocentricamente, perché lei apparteneva a Napoli, lei che  fu costretta da un’allettante caso a fuggire via, ma voltando lo sguardo sempre verso sud. Lei che  era napoletana, e da napoletana sentiva il dovere e l’obbligo di sconquassare gli animi di chi,  napoletano come lei, osservava muto l’indigenza e il malessere di Napoli.

Eppure, chi è di Napoli, non può fare a meno di tenere conto di entrambi gli estremi, di considerare con rammarico la faccia della medaglia peggiore, e con dolcezza quella della  Napoli migliore  che, con un’attenta occhiata, assume il profilo meraviglioso di un vicolo  stretto ma vivo, pieno. Se poi si sposta, la visuale si dirada, lo spazio si allarga e il respiro è  più profondo, c’è la Napoli  che circonda ed è circondata dal mare. Dalla costa in lontananza soffusa  si vede Ischia e Procida, più vicino il Golfo di Pozzuoli e Nisida e Capo Miseno, sempre più chiaramente.

È il panorama del Castello di Baia, alle mura ben radicate nel passato e rinfrancate dal frantumarsi secolare delle onde, basta un abbraccio lungo il contorno per cingerlo, dal punto più alto  della fortificazione. Fu costruito nel 1495 dagli Aragonesi sulle rovine di una villa romana, per la  difesa dagli attacchi stranieri, e mantenne la sua originaria funzione anche per le successive dinastie  austriache e borboniche. Il suo declino iniziò a seguito dell’Unità d’Italia, quando fu affidato a vari Ministeri, per poi nel 1927 essere stato concesso dallo Stato al Reale Orfanotrofio Militare,  passaggio storico che comportò numerose ristrutturazioni che purtroppo ne modificarono l’assetto,  soprattutto durante la seconda guerra mondiale, poiché fu adibito a carcere e soggiorno per i  prigionieri. Solo negli anni ’70-’80 dalla Regione Campania passò nelle mani dell’allora Soprintendenza Archeologica di Napoli, considerandolo finalmente come ente storico-culturale.

Da una parte la medaglia è splendente, attraversando il vecchio ponte levatoio il percorso è in salita, il paesaggio meraviglioso ti permette in una giornata di sole di vedere tutto nitidamente, di immaginare come una volta i soldati si appostavano di vedetta in difesa dell’imponente rocca a picco contro i moreschi naviganti, come i fossati e i tratti ruvidi e spigolosi degli angoli ne permettevano l’inespugnabilità, come, guardando la pavimentazione, che in alcuni punti è stata trasformata e livellata, da capo a capo il castello veniva attraversato di corsa da una truppa inglese che a inizi ‘800 tentò di strapparlo ai francesi, invano. Dall’altra la faccia è più opaca, in alcuni punti l’edificio non è visitabile, per decadenza o scarsa manutenzione, e l’accesso ti è vietato, in lontananza puoi scorgere solo i ruderi di un’antica preziosità.

Nel 1993 proprio per rivalutare il grandioso patrimonio culturale e archeologico, tutto nostro, fu inaugurato all’interno il Museo dei Campi Flegrei, e nel 2008 sono state realizzate sezioni per ogni città flegrea, Cuma, Pozzuoli e il Rione Terra. C’è ancora speranza, la collezione è immensa, tanto da far venire brividi al pensiero che fuori non ci siano folle di turisti e file chilometriche che attendono di visitarne il sito e gustare la bellezza di opere d’arte che purtroppo, stazionano immobili in stanze erose dalla salsedine che neanche il bianco della pittura può coprirne la muffa. La prospettiva torna a farsi scura, dicono che la mancanza di personale e finanziamenti impediscono di arricchire questa bellezza visibile solo agli occhi curiosi, e nessuno sa perchè, nessuno sa da dove venga questa impotenza che adombra e volta le spalle al castello.

Ma intanto citando ancora la Serao: “Dice Napoli, quietamente: ecco, io ho bisogno di risorgere”.

-Le due facce del Castello di Baia-