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Eroica Fenice

Cézanne

Cézanne, mai stato impressionista

Paul Cézanne non è un impressionista. Picasso, forse Braque e certamente Van Gogh, sono tutti d’accordo. Ammira il genio di Monet («ha inventato un modo di vedere»), ritiene Renoir un grande pittore. Per il resto, è tutta la vita che affannosamente cerca di scrollarsi di dosso i fantasmi del sentimentalismo, della temporaneità, della mera funzione descrittiva del tratto impressionista. Non è ammissibile, secondo lui, accontentarsi delle suggestioni: «S’ha da pensare. L’occhio non basta, bisogna anche pensare», confessa agli amici.

Da noi, suoi contemporanei, critici e non, Cézanne è odiato come è capitato a pochi altri pittori nel corso dei secoli; i suoi quadri vengono rifiutati ai saloni d’esposizione, e lui continua a passare la sua vita di stenti nascosto da qualche parte in Provenza. Gli sono stati affibbiati gli epiteti più fantasiosi (riportiamo il più interessante: l’arido Cézanne). Lui continua a dipingere i suoi quadri eccentrici, l’aria tangibile degli impressionisti non gli piace, ritiene che il soggetto sia più importante, che il dipinto sia il frutto dell’accordo tra il pittore, il suo occhio, il suo colore, e la natura che egli osserva; che esso debba prendere forma dal colore, non dal disegno; che la natura si esprima attraverso prospettive invisibili, e che il compito del pittore sia proprio svelare questa geometria precisa e segreta. Un pittore strano, non sorprende che non convinca noi, suoi contemporanei.

Van Gogh è morto da qualche anno. Il suo suicidio ha scosso tutti, soprattutto qui a Parigi dove nessuno lo ha dimenticato. Alcuni accostano il suo nome a quello di Cézanne, parlano di un percorso parallelo nella stessa direzione. Van Gogh si è fatto divorare dalle passioni scatenate dalla natura che cercava di ritrarre, il suo colore è furente, la sua arte è violenta. Cézanne ingabbia questa inquietudine con la sua geometria, la sua geologia, il suo colore è forma delle cose. Pare che qui a Parigi si cominci a parlare di lui con toni diversi. Forse è solo un’impressione.

Il 1907. Un anno piuttosto movimentato, per noi contemporanei. Al Grand Palais quest’oggi hanno inaugurato il Salon d’Automne. C’erano, tra i visitatori, alcuni giovani artisti incuriositi. Si parla quasi solo di Cézanne. Picasso ormai lo conoscono tutti qui, dopo aver visto quel suo assurdo bordello di Avignone. Un quadro con delle prostitute nude, tutte deformate, una rappresentazione orrenda che ha sconvolto i più, qualcuno ha già trovato il modo di prendere in giro queste stravaganze da artisti parigini fin de siècle: “cubismo”, si sente dire, e lo scherno coinvolge anche Cézanne, che avrebbe ispirato le suddette stravaganze con i suoi cilindri e le sue sfere. C’era anche quel poeta praghese, mi pare che si chiami Rilke, era entusiasta della mostra. Avrebbe detto che secondo lui Cézanne rifiuta la letteratura nell’arte pittorica; che si è battuto per trovare nei suoi amati colori una nuova lingua e una nuova classicità dell’arte pittorica. E la signora Stein, e altri. Tutti al Palais a omaggiare Cézanne. La notizia della sua morte, qualche mese fa, ha rattristato tutti. Assorto e come trasognato, è stato avvistato perfino Henri Matisse, che all’ingresso ha sussurrato «Cézanne è il padre di tutti noi».

Oggi tutti parlano bene di Cézanne. I suoi quadri valgono molti soldi e chi qualche mese fa rifiutava di esporre le sue opere, oggi promette di dedicargli intere retrospettive, e magari di portargli un mazzo di fiori di lavanda a Aix-en-Provence, dove adesso riposa. Si scrive di lui come dell’artista che ha spalancato le porte alle avanguardie non solo pittoriche del Novecento: le sue bizzarrie prospettiche, il modo coraggioso con cui ha ritratto le figure umane, avrebbero messo nelle mani degli avanguardisti il grimaldello per scalzare dal suo posto la tradizionale pittura borghese.

E certo questo anelito all’immortalità del suo tratto lo ha allontanato non di poco dai suoi amici di un tempo, questo carattere speculativo e misterioso della sua pittura, che manca tanto a Renoir e Manet quanto al grandissimo Monet. Pare che nei suoi quadri Cézanne cerchi di donare al soggetto dipinto la capacità di darsi a chi guarda al di là delle limitate grammatiche sensoriali. Un procedimento inverso a quello del naturalismo impressionista, che cerca di cogliere la natura senza usare i propri occhi come strumento principale di percezione. Cézanne cerca la regola attraverso la quale l’oggetto può rivelarsi in sé come fornito di una dimensione geometrica che l’occhio umano non coglie.

E se fosse ancora qui con noi, miopi contemporanei che attendono la marea moderna che già si staglia minacciosa all’orizzonte, figlia sua, gli chiederemmo: «ma voi, Cézanne, perché non avete mai voluto dire io non sono un impressionista

-Cézanne, mai stato impressionista-

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