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Greco e Latino: la scelta classica

“Oramai già è giunta l’ora per me di morire, per voi di vivere. Chi di noi andrà verso miglior destino è ignoto a tutti, tranne che alla divinità” disse Socrate, filosofo greco, prima di divenire immortale.

Il tanto temuto Liceo Classico: quello in cui il primo giorno di quarto ginnasio i professori esordiscono con un plateale discorso di benvenuto che tanto richiama il “Per me si va ne la città dolente” dantesco; quello che si inizia con l’alfabeto e gli articoli greci e va a finire negli oscuri meandri dell’aoristo; quello che quando si compra il vocabolario ci si chiede con terrore dove sia la sezione italiano-greco. E poi ci sono le traduzioni. Quella battaglia tra titani, una sfida comunicativa tra due interlocutori, uno appartenente al passato e uno al presente. Emittenti immortali proprio come Socrate, che hanno superato secoli e mutamenti per arrivare ai loro eredi con i loro scritti, dalle complesse strutture celanti infiniti significati. Perché disporsi dinnanzi a un testo redatto in greco o latino significa molte cose: è studio attento dei costrutti, delle strutture logico-grammaticali; è collegamento storico-sociologico col contesto d’appartenenza; è attualizzazione e riflessione critica sui contenuti.

Greco e latino nella seconda prova della maturità

Eppure, secondo lo studioso Maurizio Bettini, insegnante di Filologia classica all’università di Siena e studioso di greco e latino, «la seconda prova della maturità classica continua a presupporre che “sapere” il latino o il greco significhi solo non fare troppi errori, di sintassi o di grammatica, quando si mette in italiano un brano di Seneca o di Senofonte. E tutto ciò avviene al termine di un corso di studi non concepito per insegnare lingue, ma per aprire più vasti e generali orizzonti di cultura».
La seconda prova della maturità andrebbe, dunque, riformata secondo una visione delle lingue antiche meno tecnica e più coerente con l’aspetto umanistico. Non è scorretto pensare a prove che non vogliano essere tout-court più elementari, bensì più adeguate all’idea di approccio “globale” al testo e al contesto, che la pratica educativa e didattica hanno spesso suggerito.

Quello che però Paola Mastrocola teme, come scrive commentando l’articolo di Bettini, è che optare per una simile soluzione derivi dal timore, da parte di insegnanti ed educatori, “della dispersione scolastica, della crisi del liceo classico, di non motivare abbastanza”. Per queste nostre paure “snaturiamo la scuola, ci mettiamo a rincorrere l’utenza, a blandire le sue debolezze“. E giustifichiamo, quasi, il fatto che la versione della seconda prova venga tradotta con l’ausilio di Internet.
“Credo che dovremmo avere il coraggio di essere meno attraenti, e tornare ad avere l’umiltà di insegnare le cose basilari, senza fronzoli. Abbiamo il dovere dell’umiltà. Il panorama si conquista poi. Dobbiamo dare ai ragazzi l’idea di una costruzione, che si fa col tempo: l’idea di una pazienza”. 

Riflessione da considerare opportuna dinnanzi a una generazione spesso svogliata, avvantaggiata dalla tecnologia e dal sapere quasi infinito del web. Ben distante da quella dei racconti dei nostri nonni e zii, di quando il Liceo Classico era una vera e propria sfida e occasione di crescita, in cui non c’erano sconti né professori privati, solo il duro lavoro e la costanza. La pazienza, appunto, di costruire da sé le proprie conoscenze, di riuscire a superare le insidie di un testo scritto in latino o in greco per ottenere un prodotto simile al risultato del duro lavoro di un archeologo sui cocci d’un vaso antichissimo e insabbiato. Riportare alla luce, esporre all’aria nuova di un mondo cambiato, tenere ben cari i doni del passato trasformandoli in patrimonio comune. Rendersi consapevoli, insomma, delle proprie appartenenze: da dove veniamo, con le nostre strutture mentali, i nostri credo e le nostre massime, la democrazia e la saggezza degli avi.

Il contesto, il significato sono in qualche modo già appartenenti al nostro bagaglio conoscitivo. Quello che il Liceo Classico permette è di risalire a questi significati tramite il significante, la materia prima. Le testimonianze materiali che sono giunte fino a noi.
Nescit vox missa reverti. La voce, una volta emessa, non può più tornare indietro. Quis leget haec? Chi lo leggerà? Chi sarà in grado di farlo?
Di qui l’importanza della pratica della traduzione del greco e del latino. «Ci sono studi che servono a qualcosa che non sappiamo dire che cosa sia, però arriva sui fondali di noi, e da lì farà emergere energie conoscitive, e creative». Quella della versione è, o forse era, «una prova squisitamente tecnica e limitata. Ma altissima: era la richiesta di una precisione ed esattezza, della capacità di “vedere” la struttura delle frasi come fosse la struttura ossea in una immagine radiografica, i connettivi sintattici, le sfumature del lessico, i sottosensi, l’ambiguità».
La Mastrocola sembra voler dire, in definitiva, ciò che si ripete, forse monotonamente ma a ragione, quando si vuole difendere il prestigio della “scelta classica”: essa permette che ci vengano forniti degli input e degli stimoli atti non solo a sviluppare il nostro pensiero critico, ma a farlo a partire da una quanto più corretta e attenta analisi delle fonti. Sviluppare un metodo di studio che non ci renda soddisfatti dell’indottrinamento preincartato, che ci stimoli piuttosto ad andare direttamente alla sorgente dei nostri insegnamenti. Avere coscienza dell’etimologia della nostra identità. Perché niente è meno morto, arcaico, desueto della cultura e della lingua dei nostri avi.

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