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Eroica Fenice

Colori d'artista

Colori d’artista: uno studio cromatico

En plein air o tra le mura di uno studio, l’artista con la sua tavolozza di colori è un laboratorio itinerante: non c’è quadro che non abbia racchiuso in sé, nei quattro angoli di cornice, un attento studio cromatico, un girare e rigirare di geometrie e pensieri. È innegabile che il colore giochi un ruolo fondamentale in quel tutto, nella somma di dettagli che chiamiamo arte, così come va evidenziato con penna e pennarello che l’innovazione, molte volte, abita proprio nella prassi, in un’abitudine che vede la tinta prima della linea, nella convinzione che il colore dica tanto, quasi tutto, di un’emozione che si vuole tramandare alla vista dell’opera. Il colore che sta al significato come il disegno sta al significante. Da chi usa il colore per ricreare la luce e il buio come Caravaggio, a chi come Picasso lo usa come emblema di cambiamenti (si pensi al periodo blu e al periodo rosa): che vada reso il giusto onore a chi ha scelto l’istinto e lo ha fuso con la ricerca, a chi si è contraddistinto per aver messo il cuore in quella tavolozza di colori.

Colori come specchi

La storia dell’arte ha conosciuto pochi geni che abbiano saputo fondersi totalmente con le proprie opere, privando la propria carne di pezzi poi trasferiti alla propria creatura: pochi artisti, pochi uomini come Vincent Van Gogh. L’uso del colore è, nelle sue opere, indicativo del suo sentire, è l’esasperazione di un malessere, è portare il dolore fuori, è strapparlo via. Non a caso incorona sovrano il giallo cromo (perché a base di cromato di piombo), non un colore, ma la sfumatura di un’anima. Sono stati, inoltre, avviati studi recenti per ripristinare l’originale lucentezza del giallo tanto amato da Van Gogh, un pigmento instabile quanto il suo “custode”, un giallo che col tempo tende ad imbrunirsi, a perdere quella brillantezza che accecava ogni sguardo. Non una predilezione, ma un’ossessione, l’espressione più intima del suo modo di percepire il mondo. Una visione distorta, specchio dell’instabilità che lo contraddistinse: non si è mai omesso l’abuso che l’artista faceva di assenzio, un vizio che lo ha maledetto provocandogli danni al sistema nervoso, con conseguenti allucinazioni e xantopia, la visione gialla degli oggetti bianchi, un’alterata percezione dei colori che Van Gogh rigetta sui suoi quadri rappresentando ciò vede, filtrato da una disgrazia reale. Il colore della luce, del fuoco del sole che brucia lontano, un’accesa vitalità, una corsa in un’auto senza freni, e poi, lo schianto. La nevrosi dell’affascinante Vincent è nei suoi celebri Girasoli, nel Campo di grano con corvi, nella Casa gialla che comprò ad Arles per dar vita ad una comunità di artisti a cui veniva richiesto, semplicemente, di assumersi la responsabilità di amare l’arte.

Se si dovesse esprimere, invece, la sensualità con un colore, la maggioranza delle preferenze cadrebbe senza dubbio sul rosso. Un colore caldo, che rapisce, accoglie, come sa bene Tiziano Vecellio, pittore cinquecentesco associato ad una ben precisa tonalità di rosso: il rosso Tiziano. Immediato è il collegamento con il mantello della Venere di Amor sacro e amor profano o con le rose rosse e il materasso della Venere d’Urbino. Quel rosso così vivo, così fisico, viene ottenuto con una tecnica pittorica di cui Tiziano può essere considerato l’iniziatore. Le tempere poco diluite venivano impastate quasi direttamente sul quadro: è la scuola veneta della pittura tonale, che col colore costruisce il volume della figura, le pennellate sono veloci e imprecise, il quadro è fatto d’istinto. Il rosso Tiziano è dinamico, acceso, è il colore della bellezza tangibile, è donna. Oggi è conosciuto anche per essere una tinta per capelli, vibrante e sensuale come la sfumatura che non pochi hanno associato alla pittura di Tiziano, alle sue donne e alla loro prorompente femminilità.

Ancora, più che figlio della spontaneità, l’International Klein Blue (IKB) è frutto di una vera e propria ricerca sul colore come espressione, uno studio dell’artista che lo ha brevettato e gli ha dato il nome, Yves Klein. L’IKB nasce nel colorificio Adam in Montparnasse a Parigi, ed è lo stesso collaboratore di Klein a rivelarne i componenti essenziali: “Polvere d’oltremare 1311, Rhodopas, alcol 95° e acetato etilico. Per fortuna non basta conoscere gli ingredienti per diventare un grande cuoco”. Non venne mai, infatti, prodotto a livello industriale. Il blu è il colore dello spazio incontaminato, della piatta calma imperturbata, dell’orizzonte che non separa cielo e mare, li unisce. Il blu è armonia, è abbraccio. Di questo blu che crea dipendenza sono state tinte intere tele (monocromatiche) e oggetti di ogni forma e dimensione: inclusi nell’elenco sono anche i corpi nudi delle modelle che l’artista ha fatto camminare e rotolare sulle sue tele. Scrive di lui e del suo blu Alessandro Baricco, in una rubrica su Vanity Fair: “A Liverpool, in una sala, ce n’erano un bel po’, una di fianco all’altra, un po’ scostate dal bianco puro delle pareti. Smetti di pensare, quando sei lì – ti accadono cose, non saprei dire altro. Secondo me diventi vagamente trasparente – come d’estate certe gonne contro luce.”