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Eroica Fenice

Cuma: rinvenuti “lembi” della fondazione

Cuma, colonia greca, fondata da aristocratici ecisti euboici – Ippocle e Megastene –, dopo esser stata, per anni, un po’ bistrattata, torna, finalmente, a far parlare di sé.

Gli scavi, condotti, a Cuma, dall’Università l’Orientale di Napoli – sotto l’esperta guida del Professore ed Archeologo Matteo D’Acunto e sotto la direzione della Soprintendenza Archeologica di Napoli e Pompei – hanno consentito di portare alla luce importanti rinvenimenti, afferenti a tutte le fasi della città.

Questi scavi, finanziati sia dall’Orientale che da enti privati, s’inserisce in un progetto (finanziato originariamente con fondi europei), che si propone, come scopo, l’ampliamento dell’area del parco archeologico, nonché la tutela e la valorizzazione del sito.

L’importanza delle recenti scoperte è duplice.
In primo luogo – per usare le parole di D’Acunto – quando si scava in abitato si tocca con mano la vita comune: i reperti frammentari rinvenuti testimoniano soprattutto la cultura materiale, la quotidianità della vita di questo quartiere.”

In secondo luogo, è la prima volta che gli archeologi riescono a “leggere” la vita quotidiana della città di Cuma nella sua continuità abitativa, vale a dire dall’epoca della fondazione greca – condotta verso la metà dell’VIII secolo a.C. – al momento in cui – nella prima metà del VI secolo d.C. – , a seguito delle invasioni barbariche – il sito fu abbandonato.

L’intento di D’Acunto e del suo team – costituito anche da cento studenti, provenienti non solo dall’Orientale, ma anche da altri atenei, italiani e stranieri – è quello di offrire una “lettura nuova della città di Cuma”, illuminandone “la dimensione reale e quotidiana”.

Sinora, infatti, di Cuma si conoscevano soltanto la necropoli, la zona santuariale, le mura ed il foro.

In particolare, la necropoli – ubicata al di fuori della coeva cinta muraria – è datata al VI secolo a.C. e testimonia il ricorso all’incinerazione per gli adulti e all’inumazione per i giovani; il carattere duplice del rito funerario è funzionale a rinsaldare – da un punto di vista ideologico – i rapporti con l’aristocrazia della madre-patria (Eretria).

Per quanto concerne i santuari, sono visibili – nella terrazza inferiore dell’acropoli – i resti del Tempio di Apollo. Sull’Acropoli – che fu monumentalizzata in epoca arcaica – sorge il cosiddetto Tempio di Giove, trasformato in basilica cristiana, tra il V ed il VI secolo d.C. Esso, in realtà, sembra esser stato dedicato a Demetra Thesmophòros, il cui culto – preminente ad Eretria, la madrepatria – fu uno dei più importanti nella Cuma arcaica. Ai piedi dell’acropoli, si apre una galleria, suggestivamente nota come Antro della Sibilla, in realtà costruita dai Sanniti, per scopi militari.
Nella città bassa sono visibili i resti del Foro tardo-repubblicano.

Per quanto concerne la fase greca, in particolare, è stata portata alla luce un’abitazionedatata alla seconda metà dell’VIII secolo a.C. -, nella quale si sono conservati intatti il focolare e prodotti ceramici afferenti al periodo geometrico, i quali sono testimonianza del fatto che si tratta di una delle abitazioni dei primi coloni greci.

È stata rinvenuta anche ceramica di uso simposiale, sia a figure nere che a figure rosse: si tratta, sostanzialmente di coppe, impiegate per bere il vino. Se ne distinguono, in particolare, due, raffiguranti, rispettivamente, un polipo ed un efebo. Si tratta di prodotti attici di elevata qualità, realizzati da importanti pittori ateniesi. Sono stati rinvenuti anche i frammenti di una coppa, recante l’iscrizione ὁ παῖς καλός (“il bel ragazzo”), allusione alla pratica dell’amore pederastico.

Per quanto concerne la fase romana, sono state portate alla luce strade con pavimentazione basolata, su cui s’affacciano ricche case. In particolare, spicca un ambiente colonnato, di grandi dimensioni, paragonabili a quelle dei grandi peristilii delle case pompeiane. Il prossimo obiettivo è quello di scavare un’intera insula romana.

Gli oggetti sono, in parte, già esposti nel museo dei Campi Flegrei presso il Castello di Baia; quelli ancora oggetto di studio sono conservati nei magazzini.

Come spiega D’Acunto, “lo scavo in abitato è lo scavo più difficile dal punto di vista stratigrafico, perché le abitazioni sono soggette a meccanismi di trasformazione continua con l’aggiunta o cancellazione di ambienti o annessione degli stessi in una certa fase.” Si tratta, insomma, di “un’operazione di smontaggio a ritroso di tutte le trasformazioni che hanno caratterizzato la zona”.

La speranza è quella di veder presto inserita l’area di scavo in un percorso di visita del parco archeologico, che consenta a turisti, studiosi e cultori di fruire pienamente del sito, nella sua duplice facies greco-romana, per apprezzarne pienamente la straordinaria importanza storica e la bellezza archeologico-naturalistica di Cuma.

Cuma: rinvenuti “lembi” della fondazione

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