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Eroica Fenice

Dario Fo: giullare del palco

Venerdì 16, sabato 17 e domenica 18 maggio è andato in scena all’Auditorium della Rai di Napoli lo spettacolo di Dario Fo “Lu santo jullare Francesco”. Si tratta della riproposizione della pièce che circa vent’anni fa il premio Nobel dedicò al poverello di Assisi.

La scenografia, composta da alcuni pannelli dipinti dallo stesso Fo, diplomato all’Accademia di Brera, ritraenti alcune scene della leggenda del santo, diventa parte integrante dello spettacolo: come un moderno cantastorie, Fo si avvale del supporto figurativo per affabulare il pubblico e in modo particolare alcuni fortunati studenti, ospiti della manifestazione, seduti nella piccola arena posta al centro del palcoscenico.

Lo spettacolo è introdotto e intervallato dalla voce dell’attore che si produce in virtuosismi canori degni di una cantoria religiosa. La vita del santo è rappresentata tramite la tecnica del teatro di parola che ha fatto la fortuna di Fo. Unico attore dà vita a una miriade di personaggi: da papa Innocenzo III al lupo di Gubbio. Gli episodi agiografici sono tratti prevalentemente da fonti non ufficiali: cronache di contemporanei, spesso confratelli di Francesco, tramandate dai frati benedettini che si opposero alla censura voluta dal capitolo di Narbonne. Così veniamo a sapere che Francesco quand’era ancora soltanto il figlio del mercante Pietro di Bernardone fu tra i rivoltosi che furono protagonisti della sommossa durante la quale furono distrutte le torri simbolo del potere nobiliare in Assisi. Anche il ritratto del pontefice e il rapporto con Francesco ne esce trasfigurato rispetto alla vulgata tradizionale: il santo affronta con ironia e temerarietà le angustie e i bizantinismi della Curia romana affiancato dal vescovo Colonna.

Di precoce marca animalista è l’inedito ritratto del lupo di Gubbio, non più bestia addomesticata dal miracolo del santo, bensì cartina di tornasole della voracità e ferocia dell’uomo divoratore di agnelli pasquali. Lo spettacolo si conclude con il lungo calvario del santo che ammalato agli occhi vaga per l’Umbria e la Toscana alla ricerca di una guarigione: di marca collodiana il colloquio con i medici veneti accorsi a Siena; farsesca la contesa del moribondo da parte di comuni e cittadine affinché Francesco venisse a morte presso di loro così da dar loro lustro e lucrosi pellegrinaggi.

Come sempre negli spettacoli di Fo interessantissimo è il pastiche linguistico, che mescola dialetto umbro e toscano con inflessioni padane e persino napoletane non senza occhieggiare al pubblico in sala. Applausi e ovazioni convinti per uno spettacolo, che a differenza degli ultimi lavori di Fo, pur affrontando tematiche attuali (e potremmo dire eterne, come la corruzione), non presenta scoperti riferimenti all’attualità se non per un paragone introduttivo tra il santo di Assisi e papa Bergoglio.

– Dario Fo: giullare del palco –

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