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Eroica Fenice

De André, il ricordo a 16 anni dalla morte

Sedici anni fa moriva a Milano il cantautore genovese Fabrizio De André, soprannominato Faber  a causa della passione per i pastelli Faber-Castell e per l’assonanza con il suo nome. La fama dell’artista è tale da aver spinto alcune istituzioni a dedicargli, nel corso degli anni, piazze, vie, scuole in tutta Italia.

Fabrizio De André ha portato alla luce dell’attenzione pubblica la vita degli umili, degli emarginati e di tutti coloro che non si adeguano alle convenzioni sociali. Ha trasformato tristi fatti di cronaca in meravigliose poesie, come “La canzone di Marinella“, in cui narra la malinconica vicenda della morte di una prostituta sedicenne che fu assassinata e gettata in un fiume. L’intento di Faber fu quello di “reinventarle la vita e addolcirle la morte”, come dichiarò in un’intervista.

Dai suoi testi traspaiono le idee e gli ideali che l’hanno portato all’apice del successo, come quelli pacifisti in ”La guerra di Piero”, tragico racconto della storia del soldato Piero che, alla vista del nemico, per pietà esita e non spara, ma viene prontamente freddato dall’avversario. Alcuni dei versi più belli del cantautore sono contenuti in questa canzone, presente anche nelle antologie scolastiche, in quanto considerata, come molte sue canzoni, una vera poesia:

E mentre marciavi con l’anima in spalle

vedesti un uomo in fondo alla vale

che aveva il tuo stesso identico umore

ma la divisa di un altro colore.

De André intende denunciare così l’assurdità della guerra, durante la quale gli uomini che la combattono provano tutti le stesse paure ed emozioni, ma sono costretti a partecipare ad un efferato gioco il cui scopo è quello di annientare altri uomini per la semplice appartenenza ad un gruppo differente.

Faber ha portato alla ribalta anche la condizione delle prostitute, come nella famosissima ”Bocca di Rosa”, in cui la protagonista viene cacciata dal paese in cui vive a causa delle proteste di alcune donne bigotte. Racconta i pregiudizi della gente nei riguardi di questa professione, a cui il cantautore risponde che:

dai diamanti non nasce niente,

dal letame nascono i fior

De André ha affrontato anche la materia religiosa, nel brano intitolato ”Il testamento di Tito”, rifiutando alcuni principi dell’etica cattolica (la procreazione come unico fine dell’atto sessuale) come dimostrano i versi:

‘Feconda una donna ogni volta che l’ami,

così sarai uomo di fede

Poi la voglia svanisce ed il figlio rimane

e tanti ne uccide la fame.

Io forse ho confuso il piacere e l’amore

ma non ho creato dolore.’

De Andrè, che nel ’68 aveva poco meno di trent’anni, dedica al movimento sessantottino alcune delle sue canzoni più rinomate, quali ”La canzone del Maggio” e ”Nella mia ora di libertà”, presenti nel concept album ”Storia di un impiegato”.

Ma il tema prediletto dal cantautore sarà sempre il sentimento amoroso, di cui narra le varie sfaccettature in molti testi, da ”Verranno a chiederti del nostro amore”, in cui denuncia le utopiche promesse del ”per sempre” e del ”mai”, che difficilmente si concretizzeranno in una relazione, riprese anche nella ”Canzone dell’amore perduto”, in cui il protagonista, trovatosi  in una nuova condizione di solitudine, cercherà prontamente rifugio nelle braccia di un’altra donna:

‘ma sarà la prima che incontri

che tu coprirai d’oro per un bacio mai dato,

per un amore nuovo.’

Fino a giungere alla ”Ballata dell’amore cieco (o della vanità)”, nella quale i sentimenti dell’amato vengono continuamente calpestati, sottovalutati e derisi da una donna che lo mette alla prova ripetutamente, per poi accorgersi che, alla morte di lui, non le é rimasto più niente.

Oggi, a distanza di sedici anni, è ancora vivo nel cuore di chi lo ha amato il ricordo di uno dei migliori cantautori del nostro Paese che ha dato lustro alla lingua italiana così come al dialetto genovese e ha posto all’attenzione di tutti questioni troppo spesso ignorate. Il ricordo della sua persona e delle sue idee di libertà ed uguaglianza accompagneranno sempre tutti noi, quando ascolteremo canzoni che hanno  lasciato importanti insegnamenti, come questo invito alla fratellanza e alla tolleranza contenuto nel Testamento di Tito:

Nella pietà che non cede al rancore, madre, ho imparato l’amore.

De André, il ricordo a 16 anni dalla morte

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