Seguici e condividi:

Eroica Fenice

#dilloinitaliano

La questione della lingua #dilloinitaliano

questione della lingua #dilloinitaliano

Come nel ‘500 con Pietro Bembo, e nell’800 col Manzoni, un’altra questione della lingua sembra avere attecchito nel paese delle belle lettere ed è ancora una volta l’Accademia della Crusca la palestra del dibattito tra fazioni opposte. Questa volta però il problema viene dall’esterno, ed è l’inglese.

Da un lato c’è chi difende il bilinguismo e i prestiti linguistici tra una lingua e l’altra, visti come necessità di un secolo cosmopolita e come  prodotto della naturale evoluzione di una lingua (dopotutto gli antichi romani non erano loro stessi bilingui? L’imperatore Augusto, l’imperatore Adriano e il retore Cicerone non parlavano perfettamente sia il latino che il greco?); dall’altro invece c’è chi tenta di porre un freno alla dilagante invadenza dell’inglese nella lingua italiana, pur senza scadere nell’errore di un ostinato e fanatico purismo.

È il caso della pubblicitaria Annamaria Testa, che il 17 febbraio ha lanciato l’hashtag #dillointaliano, diffusosi sui social in brevissimo tempo e suscitando un enorme numero di consensi, anche in campo accademico. È infatti proprio la Crusca a rispondere, destinataria di una petizione che la vuole pronta a ricoprire il ruolo di «difensore della lingua italiana». La cosa non si ferma qui però, poiché la petizione è pubblicata in rete e chiunque lo voglia può sottoscriverla al seguente link. Ne riportiamo i punti salienti:

«Le lingue cambiano e vivono anche di scambi con altre lingue. L’inglese ricalca molte parole italiane (“manager” viene dall’italiano maneggiare, “discount” da scontare) e ne usa molte così come sono, da studio amortadella, da soprano a manifesto. La stessa cosa fa l’italiano: molte parole straniere, da computer a tram, damoquette a festival, da kitsch a strudel, non hanno corrispondenti altrettanto semplici, efficaci e diffusi. Privarci di queste parole per un malinteso desiderio di “purezza della lingua” non avrebbe molto senso.

[…] Molti (spesso oscuri) termini inglesi che oggi inutilmente ricorrono nei discorsi della politica e nei messaggi dell’amministrazione pubblica, negli articoli e nei servizi giornalistici, nella comunicazione delle imprese hanno efficaci corrispondenti italiani. Perché non scegliere quelli? Perché, per esempio, dire “form” quando si può dire modulo, “jobs act” quando si può dire legge sul lavoro, “market share” quando si può dire quota di mercato?»

La dottoressa Testa ha inoltre tracciato sul suo blog una lista di punti chiave che, secondo la sua opinione, lascerebbero avvertire come il fenomeno sia più che sentito e abbia la sua rilevanza anche tra i giovani. Le pagine facebook dei cosiddetti grammarnazi mirerebbero infatti a limitare questo fenomeno, e la nota pagina satirica Gente che non sa scrivere in italiano ma si ostina a farlo in inglese, ad esempio, dopo una nostra breve intervista al riguardo ha ben dato conferma della propria attività:  

La satira che noi facciamo è volta proprio a porre un rimedio alla trascuratezza dell’italiano. Più che professarci contro il bilinguismo, riteniamo sia necessario conoscere alla perfezione una lingua prima di usufuire dei termini appartenti a un’altra. Noi firmiamo la petizione della Testa.

Questione sempre spinosa quella della lingua, questione un tempo d’elite, ma che nell’era dei social network è sotto il naso di tutti e che non può non creare delle partizione nette. Voi dove vi schierate?

La questione della lingua #dilloinitaliano