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Eroica Fenice

Mimì

Anita e Mimì o della scrittrice geniale

C’è un professore di scuola media. È giovane, brillante. Si chiama Mimì. Da giovane voleva fare lo scrittore. O meglio: da giovane aveva scoperto la sua malattia: grafomane. È contento di insegnare, nessuna frustrazione. Si trova lì per scelta. Naturale che, oltre a insegnare a scuola, scriva della scuola. È la malattia. Un giornale pubblica i suoi diari. Poi un editore gli propone di riunirli e farne un libro sulla scuola. Mimì sente di nuovo il formicolio, vuole fare lo scrittore un’altra volta.

Si è sposato giovane. Sua moglie si chiama Anita. Lavora nell’editoria. Pure lei scrive. Un’affinità non da poco. Mimì e Anita si incoraggiano a vicenda. Ricomincia a scrivere, ricomincia pure tu. Poi, dopo il libro sulla scuola, lui si convince: scrive un romanzo autobiografico. Un editore importante glielo pubblica subito. Una sera, a cena, chiede ad Anita: scriviamo un libro insieme. È un libro che lui non può scrivere da solo. E c’è un ostacolo ancora più grande: Mimì non vuole pubblicarlo col suo nome perché deve scrivere delle cose di suo padre che suo padre non vorrebbe leggere. O Mimì non vorrebbe che suo padre le leggesse. E c’è una storia che Anita deve scrivere a tutti i costi. Una storia che si porta dentro da molti anni. Che fare?

Marito e moglie scrivono un romanzo a quattro mani. Un esperimento, quasi un gioco. Ma il romanzo è buono. Mimì e Anita sono napoletani: per il nome dell’autore, anzi, dell’autrice, scelgono uno pseudonimo che richiama direttamente la cultura della loro città natale (una città che hanno abbandonato da anni). Nasce Elena, la scrittrice geniale fatta di due scrittori (Elena era il nome della figlia di un filosofo napoletano che si divertiva anche lui con gli pseudonimi. È morta poco prima che Mimì e Anita si decidessero a scrivere il romanzo).

Il libro esce ed ha successo. Il padre di Mimì non lo legge, e dopo qualche anno, muore. Lui scrive altri libri, li firma con il suo nome, e torna anche sulle vicende della sua famiglia. Più passa il tempo più Anita si impossessa della scrittrice geniale. Pian piano, le fa prendere un’altra strada. Mimì torna alla storia di suo padre. Deve tornarci. E stavolta deve metterci il suo nome. Suo padre non c’è più. Scrive un grande romanzo. Bellissimo e terribile. A tratti pare il negativo del libro che ha scritto dieci anni prima insieme alla moglie. Ma più bello, più grande.

Anita, Mimì e i fantasmi

Frattanto, Anita e la scrittrice geniale sono salpate per altri lidi. Mimì si scrolla di dosso questo fantasma che si era tirato in casa. Lo aveva fatto apposta, che il fantasma fosse femmina. Femmina come sua madre. Doveva farsi abitare da questo fantasma di donna perché doveva parlarci, capire. Forse chiedere perdono. Ma adesso è finita.

Mimì scrive i suoi libri, è famoso, non insegna più.

Anita pure scrive i suoi libri. Non è famosa, no. È rimasta col fantasma della scrittrice geniale, un po’ in disparte.

Qualcuno giura che Anita e Mimì non esistono. Solo sull’esistenza dei fantasmi non c’è da dubitare: quelli che popolano i libri, e quelli che li scrivono.