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Eroica Fenice

Emoticons: sviluppo di una nuova lingua?

Com’è noto, le emoticons – lemma derivante dalla crasi di “emotional” ed “icon(s)” – costituiscono particolari combinazioni di segni e simboli che, all’interno di una comunicazione testuale, consentono di esprimere tratti comunicativi non verbali.

L’elaborazione delle “moderne emoticons” viene attribuita a Scott Fahlman, che, nel 1982, propose di usare, nella BBS (Bulletin Board System, ovvero l’antenata delle odierne comunità virtuali su internet) della Carnegie Mellon University, i simboli 🙂 ed 🙁 , allo scopo di disambiguare espressioni umoristiche e/o sarcastiche.

La tendenza all’immediatezza e la limitatezza dei caratteri degli attuali media non hanno fatto altro che favorire l’incremento e la diffusione delle emoticons: in altri termini, internet non ha fatto altro che consacrare queste faccine multitasking. (Le emoticons non vanno confuse con la smiley face, la faccina gialla stilizzata, creata da Harvey Ball nel 1963.)

Fino a poco tempo fa si credeva che la prima apparizione delle emoticons – o, quanto meno, di un loro antenato – potesse essere datata al 1862, anno in cui il simbolo 😉 fece la sua comparsa nella trascrizione di un discorso del presidente Abraham Lincoln, per segnalare applausi e risate da parte del pubblico.

Ma –a ben vedere – occorrerebbe risalire ancor più indietro nel tempo. Leopardi, nel giorno di Pasqua del 1821, così annotava, nello Zibaldone:

“Che è questo ingombro di lineette, di puntini, di spazietti, di punti ammirativi doppi e tripli, che so io? Sto a vedere che torna alla moda la scrittura geroglifica, e i sentimenti e le idee non si vogliono più scrivere ma rappresentare, e non sapendo significare le cose colle parole, le vorremo dipingere e significare con i segni, come fanno i cinesi…”.

Il passo è stato abilmente scovato dal linguista Giuseppe Antonelli, che l’ha segnalato nel suo ultimo contributo, edito nel 2014 dalla Mondadori, intitolato “Comunque anche Leopardi diceva le parolacce”.

Da un punto di vista strettamente linguistico e semiologico, le emoticons sono definite come “sostituti e complementatori – sincretici e paralinguistici – situazionali verbali-iconici”, proprio perché si configurano come entità grafico-iconiche, che svolgono la funzione di completare affettivamente un enunciato, offrendone (o meglio, suggerendone) la chiave di lettura.

Pertanto, non parebbe errato parlare della creazione di nuove modalità scrittorie dialogiche. Ciò ci condurrebbe ad un altro problema, vale a dire la necessità di ripensamento del rapporto fra testo ed immagine, nella comunicazione digitale. (Insomma, non sarebbe una cattiva idea l’avvalersi, per lo sviluppo di software, di linguisti e semiologi. Ma questa è un’altra storia…)

Le emoticons sono un bell’esempio di oggetto di studio interdisciplinare. Il sociologo Alberto Abruzzese, nel 2011, ha affermato che “le emoticons danno calore ad un tipo di comunicazione – quella on line – che è fortemente verbale.”

Altri studiosi definiscono le emoticons come una risposta alla necessità antropologica di comunicare.

Ma l’uso delle emoticons è stato oggetto di studio anche da parte dei neuroscienziati. Uno studio condotto in Australia e pubblicato sulla rivista NeuroScience ha dimostrato che l’uso delle emoticons starebbe inducendo il cervello a mutare il proprio funzionamento.

A tal proposito, il dott. Owen Churches (scuola di psicologia, Flinders University) ha affermato che le emoticons sono una nuova forma di linguaggio che stiamo creando, linguaggio per decodificare il quale abbiamo sviluppato un nuovo modello di attività cerebrale.” Questo dipenderebbe dal fatto che prestiamo ai volti più attenzione di quella rivolta a qualsiasi altro oggetto e l’uso della punteggiatura nelle emoticons attiva proprio le parti del cervello deputate, di norma, al riconoscimento di volti reali.

Emoticons come nuova lingua in fieri? Beh, parrebbe proprio di sì.

Emoticons: (sviluppo di) una nuova lingua?

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