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Funes el memorioso, il protagonista del racconto omonimo di Borges, ricorda tutto. Tutto. Per questo motivo è condannato ad una vita di prigionia, legata in ogni istante alla ricapitolazione, ed è incapace di idee che vadano oltre quello che vede (che è e quello che ricorda).

La biblioteca de Babel è un racconto contenuto nella stessa celebre raccolta del poeta argentino, Ficciones (1944). È la descrizione di una fantasmagorica e spaventosa biblioteca che contiene tutti i libri scritti, quelli non ancora scritti, le falsificazioni e le alterazioni dei primi e la descrizione degli ultimi. Una biblioteca “illimitata periodica”, nel quale un viaggiatore eterno scoprirebbe che i libri si ripetono infinitamente. Sicché la biblioteca risulta inutile, perché è inesplorabile per qualunque essere umano e contiene ogni sapere: tutto e il contrario di tutto, in tutte le lingue esistenti, inventate, vive e morte. Un’allegoria che ha segnato un secolo di letteratura. Ma forse Borges (e chi, come Leibniz o Lasswitz, ha immaginato la Grande Biblioteca prima di lui) ha lasciato ai posteri una di quelle inutili profezie o di quei “miserabili miracoli” che scaturiscono spesso dalla grande letteratura.

Un’utopia del secondo Novecento è stata la creazione di mezzi duraturi di conservazione della memoria. Di quantità infinite di memoria: la creazione della Grande Biblioteca. Poi sono arrivati i byte, e il problema dell’archiviazione totale sembrava essere stata risolta.

È così? 

La memoria non è soltanto ritenzione. È anche e soprattutto lasciar andare, dimenticare. Funes insegna. Un essere umano non troppo attivo cancella selettivamente miliardi di informazioni ogni giorno. Stando a questo modo di funzionare del nostro cervello, il web non è un modello di intelligenza umana (“[…] al massimo è il modello per un’intelligenza divina. Un’intelligenza che sa tutto. Ma verrebbe fuori l’idea di un Dio completamente stupido perché sa troppe cose”, ha detto Umberto Eco).

In una marea infinita di informazioni, non ha più alcuna importanza quale informazione sia veritiera, quale importante e quale completamente falsa. Se una tale quantità di informazioni non è filtrata attraverso un’intelligenza critica (o quantomeno umana) essa è inutile. Il senso dell’enciclopedia, intesa non necessariamente come libro scritto ma come patrimonio di conoscenze comuni e comunemente accettate, è quello di selezionare secondo un criterio di importanza le notizie di rango enciclopedico.

Facile cedere al fascino della ‘‘democratizzazione’’ dell’enciclopedia, ma pericoloso. Solo partendo da un patrimonio ‘‘ufficiale’’ si può discutere delle storture e delle mistificazioni che questo ha prodotto. Se alla fonte il filtro è inesistente, è possibile che, visto che nel 2050 i terrestri saranno all’incirca nove miliardi, si potrà contare per allora su un patrimonio di 9 miliardi di enciclopedie diverse, prodotte dall’esperienza individuale di ciascuno di noi nella costruzione virtuale di esse. Risultato: una pantagruelica Biblioteca di Babele, affascinante ad un primo sguardo, ma impossibile, segreta ed inutile.

Forse un simile paradosso sarebbe piaciuto a Borges, che vedeva la Biblioteca come una metafora dell’universo inconoscibile. Ma i bibliotecari, anche quelli leggendari come lui, non sono eterni. E ad avventurarsi senza guida nella penombra delle sale esagonali, c’è il rischio di finire pazzi.

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