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Eroica Fenice

Magritte

Magritte, questo non è un pittore

Una certa inclinazione alla suggestione propria del gusto contemporaneo tende a sottovalutare la profondità dell’opera di Magritte. Il vallone è stato un sovversivo, in ogni senso (sì, l’uomo con la bombetta). Una sovversione mai gridata, un lento scivolare nella banalità quotidiana (nella vita reale e in quella pittorica) con la durezza e il gelo, anche violento, di chi ha divorziato senza remore dalla società, in nome di una filosofia implacabilmente distruttiva.

Critico anche nei confronti della psicoanalisi, in anni in cui poteva apparire questa una bestemmia in ambito culturale e specificamente surrealista (del quale non condivideva la tendenza all’oscurità e al pessimismo, frutto secondo lui di “duemila anni di Cristianesimo, secondo cui questa terra è una valle di lacrime”: oscurità alla quale Magritte oppose un massiccio utilizzo dell’ironia e dello sberleffo, anche per prendersi gioco dei critici che si ostinavano a dare interpretazioni razionali dei suoi quadri), Magritte ha vissuto la sua vita di artista rivoluzionario soltanto nei suoi dipinti: un corpus di opere che esplora il rapporto tra l’umano e il mistero insondabile delle cose attraverso un rovesciamento del linguaggio, attuato con l’utilizzo di oggetti de-contestualizzati e pensieri “personificati”, e che si fa, come la letteratura secondo Barthescontro-comunicazione, alla ricerca di una grammatica oggettiva e afasica del pensiero. La pittura di Magritte è imbevuta di ambiguità, al di fuori di ogni preoccupazione estetica e morale, un’ambiguità del pensiero che lascia trasparire un atteggiamento religioso (questo sì razionale, mai metafisico) di ossequio per il Mistero; essendo la pittura magrittiana “pensiero visivo”, essa ignora tanto le questioni formali (dal punto di vista estetico) quanto l’importanza data dai surrealisti al sogno (dal punto di vista poetico).

Non c’è spazio per la vaghezza nei quadri di Magritte, ma solo per la lucida ricerca di un effetto “sconvolgente” che apra la porta sulle prospettive linguistiche, filosofiche, sensoriali che le cose ci nascondono (o ci rivelano).

Una porta sul vuoto socchiusa gentilmente, alla maniera di Magritte

Chi cerca significati simbolici nei miei dipinti vuole qualcosa di sicuro a cui aggrapparsi, per salvarsi dal vuoto. La gente che cerca significati simbolici è incapace di cogliere la poesia e il mistero intrinseci all’immagine. Certo lo sente, questo mistero, ma vuole liberarsene. Ha paura. Chiedendo ‘che cosa significa?’ esprime il desiderio che tutto sia comprensibile. Ma se non si rifiuta il mistero si ha una reazione differente. Si chiedono altre cose. Chi considera di aver capito i miei quadri, è più fortunato di me”.

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