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Eroica Fenice

Muhammad Alì, l’ape che volle salvare il mondo

La prima immagine che mi viene in mente pensando a Muhammad Alì risale alle Olimpiadi di Atlanta del 1996, quando l’ex pugile accese con mano tremante la fiamma olimpica. All’epoca avevo solo 10 anni e non prestai attenzione alla scena ma, una volta cresciuta, ho potuto riguardare il filmato e ho visto anche io ciò che, allora, commosse il mondo intero: un uomo provato nel fisico ma con la forza di volontà perfettamente intatta, un uomo che, pur segnato dalla malattia che lo ha portato alla morte, aveva ancora negli occhi la scintilla del guerriero e la volontà di pungere come un’ape.

La sua è stata una vita spesa a combattere, fuori e dentro il ring. Muhammad Alì era un pugile per professione e un combattente per vocazione, una vocazione che lo ha spinto a schierarsi in difesa della sua gente e lo ha portato a compiere scelte per certi versi drastiche.

Dal giorno della sua morte Alì è stato osannato per le sua brillante carriera pugilistica ma pochi, tra giornali e televisioni, hanno ricordato l’uomo che c’era dietro i guantoni. Ecco, è questo Alì che io oggi voglio raccontare e celebrare, quello che le battaglie più importanti le ha combattute fuori dal ring per la dignità di un intero popolo, quello dei suoi fratelli. Però non voglio limitarmi a infilare uno dietro l’altro dei dati che si possono tranquillamente cercare su Wikipedia; insomma, non parlerò della sua conversione alla religione islamica né del suo rapporto, alquanto controverso, con Malcom X, sebbene questi eventi debbano essere citati come punto di partenza. Voglio andare oltre.

Muhammad Alì, simbolo di speranza e fratellanza

Ci troviamo nei ruggenti anni ’60, gli anni in cui Martin Luther King e Malcom X combattevano per i diritti civili degli afroamericani. Anche Alì decise di lottare, a modo suo: lo stesso cambiamento di nome divenne un atto pubblico di grande rilievo, che smosse le coscienze di quanti portavano un nome da schiavo. Ecco, Cassius Clay che diventa Muhammad Alì non è altro che il simbolo di un passaggio dall’essere schiavo al voler essere libero e questo, per i neri americani, era un segnale: se un loro fratello aveva potuto abbandonare la propria identità di schiavo dell’uomo bianco, anche loro, lottando, avrebbero potuto ottenere lo stesso. Così, quasi senza accorgersene, Alì divenne ambasciatore del Black Power e mise fama e popolarità, derivategli dalla boxe, al servizio di quanti non potevano avere una voce propria. Si può dire che, forse, i suoi gesti ebbero quasi lo stesso impatto dei discorsi alle masse pronunciati da King sui cuori della gente. Grande impatto emotivo ebbe sicuramente anche la sua decisione, nel febbraio del 1966, di non rispondere alla chiamata alle armi per la guerra del Vietnam. Muhammad giustificò questo suo rifiuto come un atto dettato dalla sua coscienza e non dalla codardia. Perché combattere contro un popolo che non aveva fatto del male né a lui né alla sua gente? Unici veri nemici erano gli americani stessi. Come è noto, questa presa di posizione costò a Muhammad Alì un lungo esilio dalle scene ma non dal cuore dei suoi tifosi; anzi, in quest’occasione, egli divenne un martire agli occhi di tutti quelli che lottavano per la causa o, semplicemente, credevano in un mondo migliore.

Martire, guerriero, protettore degli oppressi. L’immagine che viene fuori è quella di un eroe quasi sovrumano. Eppure Muhammad Alì era un uomo e, in quanto tale, ricco di difetti e contraddizioni: sapeva essere tanto sfrontato e irritante quanto umile, tanto arrogante quanto coraggioso; combatteva per i diritti dei neri ma faceva parte di un gruppo islamico che, tra le altre cose, riteneva necessaria la separazione netta tra bianchi e afroamericani; allo stesso tempo, però, rifuggiva da ogni estremismo troppo netto ed esecrava l’atteggiamento dei jihadisti. Era un uomo dai mille volti e, probabilmente, proprio il suo carattere complesso è  stato, ed è anche oggi, la chiave del suo successo: il suo essere così profondamente umano lo pone su un piano di uguaglianza con gli altri. Ogni gesto, ogni parola, ogni provocazione sembravano dire: “Fratello, io e te siamo fatti della stessa pasta. Se io posso farcela, anche tu puoi”. Questo era il messaggio silenziosamente urlato con le lotte degli anni Sessanta, ma anche quello impresso negli occhi del Muhammed tedoforo nel ’96. Anche oggi, a 20 anni di distanza, sebbene chiusi per sempre, gli occhi di Alì mandano lo stesso messaggio di speranza e tutti quegli uomini che, nelle difficoltà della vita, temono di non farcela. Sanno che un guerriero li incita a pungere come api.

“I campioni non si costruiscono in palestra. Si costruiscono dall’interno, partendo da qualcosa che hanno nel profondo: un desiderio, un sogno, una visione. Devono avere resistenza fino all’ultimo minuto, devono essere un po’ più veloci, devono avere l’abilità e la volontà. Ma la volontà deve essere più forte dell’abilità”

Muhammad Alì

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