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Eroica Fenice

Philip Roth

Philip Roth come Philip Roth

Philip Roth come Rossini: c’è il Roth serio, e il Roth buffo. E talvolta la distinzione non va fatta tra opera e opera ma tra capitoli di uno stesso libro (Operazione Shylock, ma anche Il complotto contro l’America). Un romanziere che ha vissuto diverse vite (letterarie) dalle quali sono nati libri molto diversi tra loro. Un’opera polimorfa che indica la direzione di una speculazione instancabile attorno al concetto di ambiguità morale, intesa dall’autore come il segno più evidente del perenne conflitto dell’uomo contro la propria mortalità (Pastorale americana). Autore di una trentina di libri, quasi tutti romanzi, questo narratore americano acclamato e amato in tutto il mondo ha affrontato molte trasfigurazioni narrative e formali che lo rendono agli occhi dei suoi lettori inafferrabile ed affascinante: il falso autobiografico e il dettaglio più intimo e rivelatore si impastano e si confondono continuamente (I fatti e Patrimonio)  in una prosa che si è cimentata con ogni genere di variazione formale spinta fino all’estremo (flusso di coscienza, romanzo dialogico in Inganno, analessi vertiginose, rottura della barriera tra prima e terza persona singolare): Philip Roth come narratore modernista.

Philip Roth come i Graveyard poets (Everyman), malinconico scrutatore dell’abisso, alla ricerca di un posto dove farsi seppellire (“Un pensiero su tre lo rivolgo alla mia tomba”, dice il Prospero di Shakespeare citato nell’epigrafe de Il teatro di Sabbath, il romanzo più sfrenato, divertente, geniale e tragico di Roth, a detta dell’autore e di Harold Bloom).

Philip Roth come Shakespeare: drammaturgo implacabile ma anche commediografo brillante. Ne Il grande romanzo americano prende corpo la sua vena satirica e dissacrante più schietta: un leggendario campionato di baseball giocato da galeotti, spie, assassini in una parodia che non risparmia i grandi romanzieri americani che hanno preceduto il nativo di Newark.

Roth è diventato famoso con la pubblicazione di Lamento di Portnoy nel 1969: il monologo disperato (e divertentissimo) di un ebreo americano sul lettino dell’analista, tra masturbazione compulsiva, madri ebree ingombranti e perverse avventure sessuali.

Difficile immaginare dieci romanzi di uno stesso autore così diversi tra loro come quelli che sono stati citati. E proprio da questo forse si può capire la grandezza di un autore prolifico e ispirato per oltre mezzo secolo, capace di dar vita a infiniti alter ego, narratori contraffatti di storie contraffatte: non solo Nathan Zuckerman, che finisce per diventare un po’ testimone e un po’ protagonista delle sue storie, ma persino personaggi che si chiamano Philip Roth e che non sono Philip Roth.

Un’inventiva e una potenza narrativa messe al servizio di un’indagine spregiudicata e lacerante in un’opera multiforme e inimitabile che assume le caratteristiche di un’ermeneutica della finitudine: Philip Roth come Philip Roth.

 -Philip Roth come Philip Roth-