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Eroica Fenice

Vinicio Capossela, il Paese dei Coppoloni e la sacralità dell'Alta Irpinia

Vinicio Capossela, il Paese dei Coppoloni e la sacralità dell’Alta Irpinia

Vinicio Capossela e la dimensione sacrale dell’Irpinia: Il Paese Dei Coppoloni

C’è una sacralità nella natura, fatta di fronde selvatiche, campi rosicchiati dal sole ed altari pagani. L’altare che la natura erige nei suoi boschi ha i suoi santi e le sue personalissime divinità. L’Alta Irpinia ha i suoi martiri, i Coppoloni, gli abitanti del paese di Cariano, così chiamati per via delle grandi coppole di panno poggiate sul capo: i coppoloni abitano molti metri sul livello del mare, alla stessa altezza delle aquile e della vegetazione di montagna, e sono costretti a coprirsi il capo per proteggerlo dalle intemperie e dal vento.

Ma quella coppola consente anche di spiccare il volo, come i rapaci: i coppoloni abitano in un perenne limbo, sono sospesi tra la terra e le altezze siderali del cielo, tra l’isolamento e la comunicazione ancestrale con i riti più profondi della natura.

Vinicio Capossela conosce bene i tratti somatici degli irpini, poiché nasce in Germania nel 1965 da emigranti della provincia di Avellino, precisamente di Calitri, (scenario dello Sponz Fest, manifestazione artistica da lui creata nel 2013) così come conosce bene la fisionomia di un territorio zeppo di montagne e contraddizioni.

L’Irpinia appare come una landa segnata dai pannelli fotovoltaici e dalle pale eoliche, dallo spopolamento selvaggio e, negli ultimi anni, anche dalle malattie psichiche, ma è anche teatro di miti primordiali e racconti biblici: l’album di Vinicio “Canzoni della Cupa” è un inno biblico alla polvere e all’ombra (due facce della stessa gemma), ai riti di iniziazione che ti portano ad ingoiare polvere e sputare perdizione, a sporcarti le ali come l’arcangelo della luce, una delle figure che costituisce il grande bestiario fisico, animale e divino di Vinicio.

Nel 2015 “Il Paese dei Coppoloni” usciva in libreria, dopo una complessa gestazione di diciassette anni, e l’anno dopo tutto ciò si è tramutato in un documentario (anche se sfugge ad ogni tassonomia) diretto da Stefano Obino ed ambientato nei luoghi che hanno ispirato l’mmaginazione letteraria di Capossela.

Vinicio e i riti di iniziazione, viandante verso la Cupa. Nel segno dello Sponz Fest

L’opera letteraria di Vinicio si trasmuta dalla carta ai fotogrammi e lo vede nei panni di viandante che calpesta i sentieri nodosi e brulicanti di erba cotta dal sole o dalla luce lunare. Nel suo cammino di pellegrino incontra i riti di iniziazione della terra del frumento, ascolta le voci di musicisti, eremiti, uomini di religione, sibille cumane e oracoli di Delfi, canta il rapporto fraterno con gli animali della terra (un pezzo delle Canzoni della Cupa è dedicato al mulo, al mulo e alle percosse sulla sua pelle tesa come un tamburo) e il mistero dei campi.

Svela e nasconde allo stesso i segreti di una realtà ormai smembrata dalla modernità e dall’emigrazione (i coppoloni non erano solo vicini al cielo, ma anche al mare, data la loro fama di emigranti) e crea un personale sistema mitologico tutto irpino e, in particolare, calitrano. Ogni ciottolo, sasso e volto umano è sezionato e riqualificato con nomi nuovi, nati in quello stesso microcosmo: l’intento del viandante è quello di ricostruire una realtà antropologica dapprima percorsa da una selvaggia emigrazione (si noti la ferrovia di Andretta), che rappresentava la speranza per molte delle persone senza lavoro, e poi popolata da alcuni superstiti, martiri e creature che mantengono ancora viva, tramite l’oralità e i toni popolari, l’epopea che Vinicio ridipinge in toto.

Notevole risalto lo si dà alla zona della Cupa, un bosco misterioso e quasi luciferino, popolato da creature che non osano svelare la propria fisionomia agli uomini: è il lato oscuro di ogni paese, il succo magico di ogni comunità che conserva i propri sortilegi e le proprie fiabe maledette. La cultura contadina è sempre presente, si incarna nella cinepresa che segue gli scatti guizzanti di Vinicio che esplora la landa irpina, crocifissa tra il passato (sempre presente) del terremoto del 1980 e le pale eoliche: gli elementi fondativi della materia, l’acqua e il fuoco, si incrociano con i volti e i riti agresti, creando un continuum mitico che riscrive quasi un nuovo sistema religioso. Le Canzoni della Cupa fungono da filo rosso sonoro, aggiungendo un tocco mistico all’insieme e rievocando immagini potenti, dalla scorza di mulo alla testa di San Giovanni, che brilla in cielo avvolta nelle sue stesse fiamme.

Per finire con l’arcangelo di luce perché, per sublimarsi e riscrivere nuove pagine, occorre sporcarsi le ali. E Vinicio Capossela si sporca le dita nella terra che lo ha generato, liberandola dalla filigrana del passato e facendo di essa la tela di un racconto che non smetterò mai di partorire nuovi miti.