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Eroica Fenice

Evoè. Musica, tradizione e innovazione

Evoè. Il grido di gioia delle Baccanti in onore di Dioniso. “Le baccanti cominciano ad agitare il tirso per i loro riti; l’eccitazione si era trasmessa all’intero bosco, alle belve: non c’era più niente di fermo, tutto si agitava in frenesia” (Euripide, Le Baccanti). Non c’era più niente di fermo, tutto si agitava in frenesia. Ed è subito ciò che mi viene in mente se penso ad Evoè. Ma nessun grido, in questo caso, solo musica. E tradurre in parole ciò che sprigionano gli Evoè sul palco, non è semplice. Ma, fidatevi, gli ingredienti per una miscela esplosiva ci sono tutti: i suoni caldi degli strumenti della tradizione del Sud Italia, i colori delle ampie gonne che, al grido di Vota Vo’ (Gira Gira!), si aprono al mondo e si innalzano al cielo, le voci che non solo cantano, ma quasi pregano, invocano e gridano l’amore o la disperazione, la speranza e la gioia, i sogni e le rassegnazioni di una vita che non sempre è come la si vuole, ma che comunque viene cantata e ringraziata fino a quando c’è. Chi segue questo blog e mi “ha letto” già altre volte sa già che non riesco a scrivere di qualcosa (o qualcuno) se non ne vengo colpita ed emozionata. Non fa eccezione questo articolo. E come mai avrebbe potuto fare eccezione, avendo per oggetto gli Evoè. E potrei stare qui a dirvi che Sara Iannucci è la voce solista, che Ennio Di Maio è il percussionista, Davide Zanfardino il chitarrista, Francesco Norelli il Violinista, Luca Vitelli il bassista, Paolo Tommaseli il fisarmonicista. Ma in realtà il loro è un unico suono, sono l’uno nella musica dell’altro. Il loro intento è quello di divulgare la cultura etno-musicale del Sud Italia. Per fare ciò non si risparmiano e mettono al servizio di questo progetto un’innata passione per la musica. Con il loro repertorio, gli Evoè dipingono ritratti del Sud che fu, attraverso tammurriate e altri balli di corteggiamento, portando in scena alcuni brani tra i più famosi della musica etnica.

Partendo da un programma prettamente popolare, il loro percorso si è poi aperto a nuovi esperimenti e contaminazioni per far si che la tradizione di una terra dal passato così ricco e tormentato, si unisse all’innovazione, offrendosi così ad un mondo che freneticamente si sposta in avanti, con la volontà però di lasciare intatta una memoria, degna eredità per le generazioni future.

Se guardassimo attentamente ad ogni singolo componente del gruppo, scopriremmo le diverse origini musicali che lo caratterizzano: dal conservatorio arriva un violino elegante e al tempo stesso energico, una fisarmonica appassionata al caliente tango argentino, una voce pop-rock. Shakerando come si deve il tutto, servito su tammorre e tamburelli, emergendo da uno sfondo dalle atmosfere della bossa nova, passando per il jazz, fino ad arrivare alla musica pop…beh, il risultato non può che essere un’onda di pura energia che vedi partire da lontano e che sai che non potrà non travolgerti. E quando la musica degli Evoè ti prende, è impensabile volersene liberare.

Questo articolo non vuole essere uno sdolcinato tessere le lodi di un gruppo emergente di giovani artisti. Anche perché non sono un critico musicale, né ho presunzione alcuna di trattare lati tecnici che non mi competono. Ho sentito suonare un gruppo che mi ha piacevolmente colpita e, visto che sono convinta che le cose belle vadano condivise, sono qui a scriverne. Quello che maggiormente gli Evoè hanno fatto è far nascere in me una riflessione: quando si parla di arte, il clichè in cui si cade spesso è <<Tanti sogni. Si fa arte per pura passione!>>

Già. La passione è fondamentale. Senza di essa non si mette in moto nulla. Ma una volta avviato un progetto, beh, a quel punto, i sogni non bastano. Quando si sogna ci si affida al caso, alla fortuna, al destino. Fatevi dire che non è di questo che sto scrivendo. Ovviamente, quando si dice Evoè, si dice sì passione, ma anche (e soprattutto!) impegno, voglia di fare, lavoro e credere che, prima o poi, tutto questo possa essere recepito. È dura fare emergere tutto questo in questa Italia qui, quella della meritocrazia zero, del futuro precario, dei giovani senza opportunità. Ecco, allora, che questo articolo diventa un grido al mio (al nostro) paese, affinchè possa tornare a puntare sui giovani, sulla bravura, sul “ad ognuno ciò che si merita”.  Un’Italia che attraverso l’arte, quella con la A maiuscola, possa rialzarsi con dignità e che possa, finalmente, decidere di stare dalla parte del valore, dell’umiltà e dell’impegno.

Io, ascoltando gli Evoè, ho fatto la mia scelta. Ora tocca a voi. Da che parte state?

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