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Eroica Fenice

Frida Khalo alle Scuderie: intrecci di traiettorie

Le Scuderie del Quirinale inaugurano l’avvento della primavera aprendo le porte ad un’ospite d’onore, la pittrice messicana Frida Khalo, “La ribelle, l’ocultadora, l’ironica pasionaria“, in mostra nella capitale dal 20 marzo al 31 agosto 2014.
Circa 40 i capolavori esposti sullo sfondo di pareti dai colori caldi, come il rosso o l’arancio, tonalità probabilmente scelte con l’idea di abituare e uniformare lo sguardo dello spettatore ai colori vivaci della pittura fridiana.
Dipingo per me stessa perché trascorro molto tempo da sola e perché sono il soggetto che conosco meglio.”
L’autoritratto è il tramite privilegiato scelto da Frida nei suoi dipinti, assolutamente estraneo a fini autocelebrativi. Mutano le vesti, gli oggetti mai casuali con cui Frida sceglie di ritrarsi, ma restano vigili gli occhi, che invitano lo spettatore a scrutare, a leggere, a scavare a fondo. Tra i capolavori esposti emerge l’ Autoritratto con vestito di velluto, che simula i colli lunghi del Modigliani e la pittura del Parmigianino; l’ Autoritratto con corona di spine (1943), dipinto in un periodo di rottura con Rivera; l’Autoritratto con scimmie (1943) in cui Frida, non senza toni ironici, si mostra attorniata da scimmiette in adorazione, trasfigurazione animalesca dei suoi studenti, che amarono definirsi in segno di stima “Los fridos”. I capelli sono raccolti a formare un cappello dottorale, indicativo del ruolo di insegnante rivestito dall’ artista presso l’ Accademia di belle arti.
L’ autoritratto non esclude la presenza di alcune opere che chiudono il percorso fridiano all’ interno della mostra. Oltre ad un inedito gruppo di disegni astratti, figurano una serie di nature morte, che volutamente l’ artista sceglierà di dipingere sia ritenendo di poter ricavarne più facili guadagni sia con l’ idea di dare vita ad una nuova produzione in cui i sentimenti dell’artista dovessero risultare volutamente celati. Tra questi si osserva La sposa che si spaventa di fronte alla vita (1943)
Provenienti dai luoghi che appartennero alla pittrice e la ispirarono – Messico, Stati Uniti ed Europa- le tele fridiane, molte delle quali concesse per l’occasione da collezionisti privati, non sono le sole interlocutrici della mostra disposte a raccontare; figurano accanto ad esse bozzetti e disegni inediti, alcuni provenienti dalla Casa blu (dimora messicana di Frida, oggi divenuta un museo dedicato all’artista), unitamente ad una collezione di fotografie che recano la firma del fotografo Muray, di cui Frida fu musa ispiratrice, nonchè amica ed amante per circa un decennio. Tra gli scatti emerge per fama “Frida sulla panca bianca”, divenuto per l’occasione il poster che inaugura l’ accesso alla mostra, nel 1938 utilizzato come copertina della rivista di moda “Vogue”. Considerata l’anticipatrice del movimento femmnista, Frida diventava in quegli anni un’icona di stile, nonchè un personaggio a cui il cinema hollywodiano sceglieva di ispirarsi.
Oggetti personalissimi diventano parte integrante della mostra. Il corsetto di bende e gesso indossato da Frida è stato trasformato per l’ occasione in un vero e proprio feticcio; esso proietta immediatamente lo spettatore nel vivo del dramma fridiano legato all’incidente in tram, causa di un martirio fisico che si protrarrà fino alla morte. Emblematica l’immagine del feto, simbolo di un desiderio materno frustrato dalla menomazione fisica in apparente contrasto con il simbolo del comunismo, la falce e il martello, rivelatore del credo politico dell’artista.
Disegni e pensieri sparsi graffiano le pagine del diario fridiano, anch’ esso in mostra attraverso uno slide show di immagini, che raccontano la Frida degli ultimi anni, attraverso una scrittura terapeutica finalizzata a distogliere l’artista dal desiderio del suicidio; continua ad essere una costante ossessiva anche in queste memorie diaristiche l’immagine dell amato Diego Rivera, con il quale la pittrice vivrà una tormentata storia d’ amore, scandita da continui tradimenti. Proprio in una di queste pagine Frida scriverà: “Ho subito due gravi incidenti nella mia vita; il primo è stato quando il tram mi ha travolto e il secondo è stato Diego.”
A curare la mostra è stata Helga Prignitz Pogda, studiosa dell’arte popolare messicana del Novecento, che per l’ allestimento delle sale ha dichiaratamente scelto un criterio alternativo a quello cronologico. Le opere sono infatti disposte con l’ idea di ricostruire l’ evoluzione stilistica dell’artista. Il fine implicito in questa scelta è quello di scardinare la tendenza di tanta parte della critica a voler leggere l’arte di Frida in chiave esclusivamente biografica, in particolare alla luce delle sofferenze subite dopo l’ incidente. Queste le parole della studiosa: “Possiamo affermare con certezza che Frida Khalo non si limita a trasporre su tela i suoi dolori personali, le sue opere celano sempre un secondo e un terzo significato.
La mostra svela un volto del tutto inedito di Frida, in cui il biografismo non esclude la possibilità di scorgere rimandi alla storia e ai costumi del Messico, nonchè alle vicende storiche e alle trasformazioni a cui esso fu soggetto all’ indomani della Rivoluzione messicana del 1910. Il tutto filtrato attraverso il linguaggio e i paradigmi suggeriti dai movimenti artistici e culturali coevi all’ artista: dal Pauperismo rivoluzionario, all’Estridentismo, fino al Surrealismo bretoniano e al Realismo magico.
Il risultato è un “intreccio di traiettorie”, suggerito allo spettatore attraverso la comparazione di quadri di artisti contemporanei a Frida, che nel corso della mostra si affiancano alle tele della pittrice messicana per evidenziarne elementi di tangenza (figurano per l’occasione alcuni quadri di De Chirico, dello stesso Rivera unitamente a quelli di altri pittori).
A distanza di sessant’ anni dalla morte di Frida (1954), la mostra romana offre nuovi spunti interpretativi, contribuendo a consolidare la fama di un’artista già da tempo divenuta un’icona globale.

– Frida alle Scuderie: intrecci di traiettorie –