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Eroica Fenice

“Il Cappotto”: scontro tra intimità e vanità

Nell’epoca moderna ci sono persone che vogliono a tutti i costi raggiungere un obiettivo denigrando tutto il resto, non riuscendo a trarre gioia da ciò che la vita presenta vivendo nell’affanno di qualcosa che non arriverà mai forse per il volere del fato. Poi ci sono altre persone le quali della loro vita semplice si accontentano e godono di essa nonostante siano vittima degli scherni di coloro che vivono vite tutte uguali riempite di falsi ed inutili ideali i quali hanno come fine l’accrescimento del loro già smisurato quanto vuoto ego. Tali persone, le persone semplici, vengono così messe di fronte ad una realtà “barbara”, omologata nei costumi quanto nella vanità degli uomini che la rappresentano e con essa devono “difendersi” per far sì che la propria semplice e tranquilla vita non ne sia turbata.

È il caso questo di Akàki Akàkievič protagonista del romanzo “Il cappotto”, scritto da Nicolaj Vasil’evič Gogol’ nel 1842 e la cui rappresentazione è stata proposta al teatro Mercadante di Napoli, liberamente ispirata dall’omonimo romanzo, da Vittorio Franceschini e la cui regia è stata affidata ad Alessandro D’Alatri.

Akàki Akàkievič, interpretato nell’opera dallo stesso Franceschini, è nato e cresciuto nella fredda Pietroburgo ottocentesca e conduce una vita semplice, senza pretese, che agli occhi degli estranei può sembrare monotona in quanto egli si accontenta delle piccole cose che rendono però pieno il suo cuore e soprattutto lo rendono fiero della sua professione, ossia quella di copista, attraverso la quale scopre e rivive i momenti fugaci della vita dei pietroburghesi. Questa calma viene ad essere turbata quando Akàki è costretto a comprare un cappotto nuovo, in quanto tale acquisto si pone come fonte di gioia e, allo stesso tempo, in maniera quasi paradossale, di ineluttabile condizione di rovina per chi come lui non aspira ad omologarsi ad una realtà vana.

Il freddo pungente del “Generale Inverno” russo ha logorato il suo vecchio cappotto del quale sia i suoi colleghi di lavoro che tutti gli altri pietroburghesi ridevano prendendosi gioco del pover’uomo, il quale, nonostante volesse in tutti i modi far rammendare il capo e conservare il poco denaro che possedeva per comprare una boccetta nuova di inchiostro, il suo vero e “piccolo grande” desiderio è “costretto” a comprare un nuovo cappotto.

Akàki riuscendo a conservare abbastanza rubli, compra il suo nuovo capo; egli è felice di ciò che in quel momento la vita gli ha donato.

La gioia per il nuovo acquisto è immensa: Akàki sembra aver quasi cambiato vita avendo cambiato cappotto poiché i colleghi di lavoro sembrano aver “accettato” l’uomo tanto che Akàki viene invitato ad una festa in onore suo e del suo cappotto nuovo. Da ciò traspare la vanità, e dunque la ricerca unica dell’esteriorità, di quegli stessi uomini che iniziano a considerare Akàki solo quando egli indossa, come loro, un cappotto elegante. Ma la gioia è costretta a non durare per poi trasformarsi in dramma: al ritorno dalla festa Akàki viene derubato del suo cappotto e della nuova gioia a cui si era aggrappato, venendo poi lasciato al freddo di una gelida notte russa ed una volta rincasato, tra rimpianti e deliri, Akàki Akàkievič perde la vita senza parenti ed amici.

Come si è detto quella di Akàki Akàkievič è la storia di un uomo semplice il quale nonostante la monotonia della sua vita e gli scherni degli estranei, era felice ed orgoglioso di se stesso.

Tuttavia nel momento in cui la vita, quasi anch’essa beffardamente, l’ha costretto a comprarsi un cappotto nuovo, simbolo suo malgrado di quell’esteriorità propria di quella società vana dalla quale il protagonista si estraniava con la sua semplicità, egli è stato schiacciato dagli eventi non adatto ad addentrarsi in un mondo che, se non astrattamente nelle carte che copiava, non conosceva. Nonostante “Il cappotto” sia ambientato nella fredda e lontana Russia di metà Ottocento sembra quanto mai attuale in quanto, anche oggi come allora, i più tendono ad assomigliarsi, resi “cloni” da una società che vive di mode passeggere, a raggrupparsi in “branchi” ed a discriminare coloro i quali non si “piegano”, per volontà o per condizione sociale, a tale subdola “fiera delle vanità”.

Akàki, e Gogol’ dietro di lui, ci insegna, così, come il genere umano possa essere meschino e come la vita possa gravare sulle spalle degli uomini fino a distruggerli se non si ha la forza di reagire alle costrizioni che essa impone e con amari sorrisi e con profonda tenerezza il “maestro” russo ci mette di fronte ai casi della debolezza del genere umano.

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