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Eroica Fenice

Isis, teologia dello scempio

La distruzione del tempio dedicato a Ba’ Al Shamin, a Palmira, ad opera dell’Isis rappresenta solo l’ultimo anello di una serie di “attacchi barbarici”, finalizzati alla distruzione di opere d’arte pre-islamica.

Si ricordi, ad esempio, la distruzione del mosaico bizantino a Raqqa – città divenuta, poi, capitale del Califfato –; la distruzione della cosiddetta “tomba di Giona” a Ninive, Iraq, moschea costruita nel luogo ove, secondo la tradizione, sarebbe stato seppellito il profeta biblico Giona; ed ancora, la distruzione di diverse statue e bassorilievi del Tempio di Mosul, sempre in Iraq.

E come dimenticare la decapitazione dell’Archeologo Khaled Al- Asaad, direttore del sito di Palmira? (A tal proposito, è un dovere morale segnalare una petizione, finalizzata a proporre il nome di Al-Asaad fra i candidati al Nobel per la pace. Chi volesse aderire, può trovare la petizione al seguente link.)

E, forse, sarebbe giusto interrogarsi sulle possibili motivazioni di questo scempio, portato avanti dall’Isis.

La spiegazione più semplicistica è quella che ci porta a parlare di semplice “atto di barbarie”. Ma – a ben guardare – negli attacchi distruttivi che l’Isis ha rivolto al patrimonio archeologico preislamico c’è un qualcosa di sistematico, di strutturato, qualcosa di quasi razionale – pur nella sua folle irrazionalità -, che ci spinge a guardare oltre.

Secondo alcuni, vi sarebbero dei motivi di ordine economico. È opinio communis che la “spiegazione economica” vada bene (quasi) per tutto. Insomma, in tal modo, l’Isis avrebbe la possibilità di vendere le “reliquie” ai collezionisti, ricavandone ingenti somme, atte a finanziare la “guerra santa”. Ed, in effetti, pare che siano stati intercettati reperto, afferenti al Museo di Mosul, diretti al mercato nero europeo.

Ma questa spiegazione – per quanto non inverosimile – non sembra essere sufficiente. E, se guardassimo il “video di propaganda” – girato proprio durante la distruzione del tempio di Mosul – apprenderemmo dalla voce narrante che “il Profeta Maometto ci ha ordinato di distruggere gli idoli: è ciò che egli ed i suoi compagni hanno fatto, quando conquistavano nuove terre.” (cit.) La stessa decapitazione di Khaled Al-Asaad è stata motivata con l’idea che egli “promuoveva l’adorazione delle statue”.

Si fa strada l’idea che l’odio dell’Isis per i beni archeologici abbia profonde radici ideologico-identitarie (il che spiega bene anche la differenza tra l’Isis ed altri gruppi jihadisti). Insomma, non sarebbe assurdo ravvisare – alla base di ciò che l’Unesco ha definito (un po’ riduttivamente, non credete?) “crimine di guerra” – una sorta di teologia della distruzione.

È come se l’Isis inseguisse la retrograda, assurda utopia di riportare il mondo arabo al VII secolo d.C., all’epoca in cui i musulmani erano impegnati nella lotta contro i pagani, gli “infedeli”.

Del resto – come pure è stato scritto -, quando l’Isis ha dichiarato la nascita del Califfato, ha affermato di voler prendere a modello il regno dei “Califfi ben guidati”, che sarebbero i quattro Califfi – successori di Maometto -, che detennero il potere dal 631 al 661 a.C.

Tuttavia, si ha l’impressione che l’Isis, più che recuperare questo modello, intenda ricrearlo. Insomma, come Maometto distrusse gli idoli, così l’Isis distrugge le statue e i templi legati alle divinità pre-islamiche. La differenza sta nel fatto che tali statue e tali templi non rappresentano idoli, ma reperti archeologici.

Non resta che l’indignazione per questa assurda, bieca furia iconoclasta.

Isis,teologia dello scempio

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