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Eroica Fenice

Jesce sole: Mauriello in concerto

Solstizio d’estate, 21 giugno. Nel verde sterminato del Vesuvio, il Sole cala lentamente. Il crepuscolo è accompagnato sempre più da un canto antico e moderno. Il sole va via e le note di Jesce sole si diffondono nell’aria, prima dolcemente e poi con l’incedere rabbioso che questo canto comporta.
Come d’incanto, alla conclusione del primo brano de La gatta cenerentola, appare sul palco lui, Giovanni Mauriello ed è subito tripudio.
Lo spettacolo entra nel vivo ed il tempo pare fermarsi. L’incedere delle tammorre, delle chitarre accolgono il canto plurisecolare di Mauriello, la sua voce matura e sempreverde. La fronna – il cosiddetto «canto a distesa» – che richiama le antiche voci dei venditori ambulanti sembra accordarsi con la memoria atavica di cui la terra vesuviana è permeata.
È un dialogo costante tra antico e moderno che fonde gli strumenti già menzionati con il basso elettrico, la batteria e insieme danno vita ad una musica che attecchisce nell’animo di tutti i presenti.
Mauriello che in più di un’occasione si rivolge ad essi, quasi per sancire e consolidare questo scambio dialogico, catartico tra artista e spettatore, dà vita ad una performance che vede la sua voce diventare quasi corporea, tanto è grande e pregnante il coinvolgimento dell’intero corpo. Canta, balla, interpreta, vive insomma ciò che le corde vocali emanano come il processo finale di un turbinio di emozioni, sensazioni che l’artista nel prosieguo delle sue interpretazioni sente.
Quello di Mauriello è un repertorio che s’affranca dalla Canzone Napoletana d’Arte, d’Autore, per spingersi in quello che vede imperare il ripristino – sin dai tempi della fondazione della Nuova Compagnia di Canto popolare – di una serie sterminata di motivi appartenenti alla tradizione orale, alle villanelle cinquecentesche, alla magnifica stagione napoletana settecentesca, uniti a brani che a quello stile s’ispirano, anche se composti pochi decenni fa: La canzone del pescatore, La ciorta ca ‘ngrata, Madonna de la grazia, Lu guarracino, Italiella solo per fare alcuni esempi.
Quando lo spettacolo giunge al suo acme, Mauriello lascia il posto a Patrizio Trampetti, coadiuvato da due geni assoluti della musica: Marco Zurzolo al sax e Gennaro Venditto alla chitarra.
Il percorso musicale è abbastanza simile a quello messo in scena precedentemente, ma il linguaggio, lo scambio dialogico tra antiche e nuove sonorità diventa più acceso, più sperimentale e trova la sua sublimazione in Madonna tu mi fai lo scorrucciato: un’antica e celebre villanella del XVI secolo che, seppur “stravolta”, trova una pertinenza ed un’immediatezza espressiva inusitata.
Il finale è un exploit di fervore e coinvolgimento emotivo che riesce a far danzare e cantare anche il più scettico degli spettatori.
Uno spettacolo che è l’emblema non solo della nostra tradizione musicale, ma altresì deve rappresentare l’incipit di un riscatto d’immagine e morale di una terra, quella vesuviana, troppo spesso portata alle cronache per lo scempio fatto nel Parco Nazionale del Vesuvio, con il letamaio vero e proprio della «Sari» e fin troppo presto abbandonato dalle istituzioni nazionali.

Il Vesuvio è anzitutto cultura e deve restare tale. Sempre.

– Jesce sole: Mauriello in concerto –