Seguici e condividi:

Eroica Fenice

Lascia stare i Santi: il viaggio di Pannone nell'Italia ancestrale

Lascia stare i Santi: il viaggio di Pannone nell’Italia ancestrale

Il culto dei santi, soprattutto nel sud Italia, riflette un atteggiamento che si radica in un arcano paganesimo, nei riti del sole e della terra, del sudore e del peccato.

I santi sono memoria dei popoli contadini, fatta di carne ed ossa. Ed i popoli ad essi si rivolgono rassicurati dall’empatia fra peccatori e martiri. In tale empatia, i santi e chi li venera assurgono ad entrambi i ruoli.

Il nuovo documentario di Gianfranco Pannone, Lascia Stare i Santi, indaga questo rapporto intrinseco, arcaico e rinnovato in un viaggio a due dimensioni: un viaggio per tutta l’Italia e lungo un secolo intero.

Il lavoro del documentarista d’origine partenopea si radica in un’antropologia calda che si erige a baluardo del “nuovo” cinema del reale; il viaggio di Pannone nell’Italia dei santi, delle processioni in onore a madonne bianche e nere, ritualità ancorate al paganesimo e alla natura, al mare e alla terra, si accompagna alla musica popolare, curata per l’occasione da Ambrogio Sparagna, elemento fondamentale dei culti popolari.

Lascia stare i Santi: un approccio laico alla tradizione sacra

Da Gramsci, uno dei primi studiosi della religione popolare in Italia, a  Rocco Scotellaro e a Pasolini: dal documentario emerge un approccio consapevolmente laico che, a tratti, coincide con l’evoluzione di questa cristianità folkloristica e apparentemente lontana dalla religione quotidianamente professata.

L’affidamento, sacro eppur profano, a chi ha esperito le tribolazioni ed ha la faccia della terra, è emblematico della venerazione dei santi. C’è, insomma, una storia del sincretismo pagano-cattolico del Sud, che appartiene al folklore, e una storia istituzionale della pietà, che appartiene foucaultianamente alla Chiesa come luogo di potere.

Nel mezzo, la credenza popolare, i riti e i canti, la magia, che ancora si tramandano, vengono colti nei loro aspetti antropologici ed etnografici: una spia della condizione sociale e delle aspirazioni delle popolazioni rurali preoccupate di tutelarsi dall’ignoto.

Lascia stare i Santi, ricco di materiale proveniente dal repertorio dell’Istituto Luce, è un excursus testimoniale dell’esigenza del culto devozionale italiano che, se da un primo sguardo appare obsoleta, si consolida in forme non nuove, ma innovate. L’innovazione, come ritiene il regista stesso, non ricade sui culti, ma sulla consapevolezza che, anche un ateo, li ritenga elementi imprescindibili dal riconoscere e rinnovare, ciclicamente, il legame originale e mai esclusivo, con la propria comunità.

Si pensi a ciò che Pavese, ne La luna e i falò, faceva dire ad Anguilla: “Un paese ci vuole, non fosse che per il gusto di andarsene via. Un paese vuol dire non essere soli, sapere che nella gente, nelle piante, nella terra c’è qualcosa di tuo, che anche quando non ci sei resta ad aspettarti”.

Spesso, la venerazione dei santi ha rappresentato un conforto per i più umili, di una visceralità disarmante, soprattutto quando, alle feste di paese, si sospendono le differenze fra i ceti sociali. Il giorno dopo la vita riprende con i suoi ritmi vincolanti e le tarantelle rimangono un effimero atto di protesta e illusoria libertà. Ciò che fortemente determina la sopravvivenza di tale devozione è credere alla necessità di questa perenne illusione.

Print Friendly, PDF & Email