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Eroica Fenice

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Mater camorra e i suoi figli, trasposizione in napoletano da Madre Courage di B. Brecht


La primordialità e la bestialità della guerra sono impresse sul corpo di tutti. L’uomo si è mutato in bestia, capace solo di seguire un branco, difendere e conquistare il proprio territorio. Questo è lo scenario di apertura di “Mater Camorra e i suoi figli” in scena fino all’ 11 maggio, al T.I.N. (Teatro Instabile Napoli). La regia è di Michele Del Grosso, che ha reinterpretato e trasposto in napoletano il capolavoro “Madre Courage” di B. Brecht, opera che scava negli abissi della guerra più speciale di tutte, che corrode l’uomo e lo scarnifica fino a mutare la pelle in soldi e sangue. Le lotte tra clan, che si insinuano nella cronaca, qui diventano una guerra che coinvolge vittime e carnefici, trasformando prede in predatori. In sottofondo si sentono squittii, miagolii, latrati e sibili che si sostituiscono al suono dolce delle parole; i dialoghi potenti e sfrondati, urlati e diretti svelano le vicende di “Anna a squarciona”, donna e madre che cerca di proteggere i suoi tre figli-cuccioli dai tentacoli della guerra, che sembra stia per far sprofondare le loro vite. La Madre, capace di predire il loro futuro, rivela il loro funesto destino, sapendo che che non può evitarlo, perché il desiderio di seguire il capo branco, di ottenere onore e denaro prevalgono sulle braccia della madre che li ha cullati e cresciuti, che ora non può proteggerli più. Unico e ultimo desiderio è salvare almeno lei, la figlia Catarina, “a palomma”, ancora pura, ma totalmente impotente di fronte al male, impossibilitata a esprimersi a causa del mutismo di cui è affetta dalla nascita. -Quasi un dono-, secondo la Madre, nascere muti per una donna, forse perché la parola stessa deve arrendersi di fronte alla violenza e all’orrore dei soprusi. Terzo personaggio femminile è Nannina, una prostituta che grazie alla guerra riesce a sistemarsi, in linea con il corollario delle personalità femminili, fragili ma soprattutto forti, schierate per difendere, a colpi di affari clandestini il proprio carro.

Il carro, dimora e microcosmo della Madre è anche il guscio dietro il quale si ripara Catarina e tutti coloro che hanno bisogno di aiuto; questa imponente struttura è l’unico elemento scenografico, quasi un tempio pagano per la Madre, che si rivolge alle Matres Matutae scolpite sui quattro lati, alle quali si soprappone per scandire  il corso del tempo e degli eventi, echeggiati dal coro di animali. Sacra e profana è la figura del parroco, pronto a rintracciare nelle Sacre Scritture la giustificazione del suo comportamento ignavo, che si muove e barcolla come un santo in processione, dietro al capo clan, l’unico che può scandire il ritmo e l’andatura dei suoi adepti. In questo universo allo sfacelo, perpetua è la speranza, che si concretizza nell’atto della procreazione, atto di eterno coraggio della donna che offre il suo grembo, il suo seno e le sue mani. Ma Mater Camorra partorisce figli morti.

Anche Catarina “a palomma”, la pura, l’innocente, che più volte cerca di spiccare il volo, resta “sfregiata” e soccombe, ma è l’unica, che nonostante il suo mutismo, grida il suo dolore, non cede al silenzio, all’omertà, in una lotta di uomini senza occhi né orecchie che ignorano il dolore di chi non ha scelto la guerra, di chi si è trovato nel posto sbagliato nel momento sbagliato, di chi svolgeva semplicemente il suo lavoro, come Gaetano Montanino, vittima innocente della camorra, a cui è dedicato lo spettacolo. Il sipario non può e non deve calare sulla tragedia, sullo sterminio, sulla morte di novecento vittime innocenti, sui bambini condannati ancor prima di nascere, questa volta il sipario non può esistere, sono proprio le bestie – personaggi a implorare e supplicare il pubblico con un imperativo:”Fermatece”. Si ferma lo spettacolo, ma le vibrazioni, irradiate dalle fantastiche performance degli attori dell’Accademia Vesuviana, sono ormai sotto pelle.

– Mater camorra e i suoi figli da Madre Courage di B. Brecht –