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Eroica Fenice

Francesco Rosi

In memoria di Francesco Rosi

Giuseppe è un giovane regista italiano. Ha sessant’anni, vanta fama e riconoscimento internazionale, ha girato molti film. Ma oggi, in questa sala gremita di persone accorse per sentir parlare di un maestro, lui è un allievo. Così si sente e si è sentito per tutto il tempo che è durata l’amicizia di cui è venuto a raccontare. E la prima cosa che spiega, è che non bisognava chiamarlo così. Si imbarazzava, non gli piaceva sentirsi nominato a questo modo. Si doveva chiamarlo e s’ha da ricordarlo con il suo nome: Franco.

Fin da subito è chiaro a tutti che questa è una commemorazione laica, e la memoria è così viva per quest’uomo gentile e risoluto a cui tutti volevano bene che piano piano, mentre Giuseppe racconta, sulla sala cala il buio, tutto intorno a lui svanisce, e sembra proprio di vederli uno accanto all’altro a chiacchierare di cinema. Franco porta un paio di occhiali fuori moda e parla lentamente.

 

GIUSEPPE

Hai fatto il tuo primo film poco prima dei quarant’anni, perché hai esordito così tardi?

FRANCO

Perché non mi sentivo pronto.

GIUSEPPE

Da come ne parli, sembra che tu viva il mestiere che facciamo come un artigiano più che come un artista.

FRANCO

E così è, infatti.

GIUSEPPE

Quando penso a te, come uomo e come regista, mi viene sempre in mente una quercia.

FRANCO

Questo mi attribuisce una forza che non ho mai avuto.

GIUSEPPE

Tu sei stato la mia scuola di cinema. Quand’ero piccolo non riuscii ad iscrivermi al Centro Sperimentale e ne soffrii. Averti frequentato è stato anche un risarcimento per me, in questo senso. E la sincerità con cui giudichi i miei film mi ha sempre infuso un certo coraggio.

FRANCO

Perché hai voluto rivedere con me tutti i miei film?

GIUSEPPE

Io ricordo tutto di quando ho girato i miei film. Ho pensato che potesse essere lo stesso anche per te.

FRANCO

Molto di quello che ho fatto e ho rivisto con te non mi è piaciuto. E non posso mica andare dal produttore trent’anni dopo a chiedergli di farmi cambiare questa o quella cosa.

GIUSEPPE

Ma tu hai girato dei capolavori indiscussi! Salvatore Giuliano, Le mani sulla città… Non so mai decidere quale sia il mio preferito.

FRANCO

Eh… Certe cose non sono male, diciamo.

GIUSEPPE

C’è una domanda su una tua scelta registica che ti voglio fare da sempre. Lucky Luciano: perché nelle scene girate in America Gian Maria è sempre inquadrato di spalle?

FRANCO

Perché non è lui.

GIUSEPPE

In che senso?

FRANCO

Non è Volonté, l’attore. Lui era comunista e gli Stati Uniti non gli concessero il visto. Girammo con una controfigura.

GIUSEPPE

I tuoi… Sono film pionieristici: hai inventato un modo di fare cinema. I registi americani ti osannano. Dicono che sei il loro maestro.

FRANCO

Eh, ‘o maestro… A proposito, hai visto Million Dollar Baby?

GIUSEPPE

Non ancora. È bello?

FRANCO

Trovami il numero di telefono di Clint Eastwood, lo voglio chiamare.

GIUSEPPE

Tu chiami sempre gli altri registi, quando ti è piaciuto il film.

FRANCO

Non lo fanno, gli altri?

GIUSEPPE

No, Franco. Lo fai solo tu.

FRANCO

Fammi avere il numero di Clint Eastwood.

 

Una commemorazione laica è un racconto(**).

 

(**) Si ringrazia Giuseppe Tornatore e l’Università Suor Orsola Benincasa per averla propiziata attraverso l’incontro “Io lo chiamo cinematografo” che prende il nome dall’omonimo libro  scritto dal regista siciliano rielaborando 107 conversazioni avute con Francesco Rosi nel corso di oltre due anni.

-In memoria di Francesco Rosi-