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Eroica Fenice

Muri di carta, limiti valicabili fatti di ruggine

L’appuntamento con i Muri di Carta è a piazza Nazionale alle dieci di sera; non è un bel posto, non sono tranquillo anche per l’attrezzatura fotografica che ho con me. Mi è stato detto di andare ai box, non mi è chiara l’indicazione, al parcheggio mi hanno detto per precisione. Non avevo capito che da quasi due anni i Muri di Carta hanno in affitto il box 284 per provare la loro musica.

Alessia Della Ragione, bassista del gruppo, mi accompagna lungo il percorso sotterraneo fatto di neon e lunghi tunnel. Cercando di sdrammatizzare mi dice: “Mi aspetto sempre che esce uno zombie da dietro l’angolo!”. Una situazione alquanto estranea, ho frequentato musicisti che provano nelle cantine, nelle soffitte, ho visto nascere brani dalle sale prove agli sgabuzzini, forse più associabili a camere oscure, ma mai avrei immaginato di sentire come l’area di un parcheggio con box privati risuoni come se respirasse di musica, in quanto i Muri di Carta non sono l’unico gruppo che prova in quei sotterranei.

Al 284 i Muri di Carta stanno componendo un nuovo brano, ad ogni cenno si fermano; è bello ritrovare gli sguardi che i musicisti si scambiano per accordarsi, per poi sentire ad ogni pausa le variazioni che accordano il gruppo come a volerlo far divenire strumento unico.

“Subito dopo la distorsione? No! facciamo dopo gocce di sangue, ‘o sanghe no, a formano una pozza di sangue”

La batteria di Maurizio Piscopo definisce, oltre la cadenza del pezzo con la voce di Alessio Mirarchi, una scena raccapricciante e inizia a prepararmi per condurre l’intervista che mi ero preposto di fare.

Come mai avete scelto di chiamarvi Muri di Carta?
Da un gruppo di amici ad un gruppo musicale. Il progetto parte prima come Lo sguardo di Narciso, da un anno assume come per esigenza un altro nome. I Muri di Carta nasce da un libro fotografico, dapprima quasi per caso ma poi, a pensarci bene, significa molto.

Come definireste il vostro legame con il Mo.dì, il maledetto festival della parola?
Il nostro nome definisce anche un po’ la nostra musica. I testi, le storie che raccontiamo sono muri, barriere invalicabili, ma che scritte su carta raccontano la loro fragilità. Al Mo.dì presenteremo inoltre Ruggine, il nostro EP, che non deriva come i nostri brani da sguardi sul mondo e da notizie di cronaca, ma da intime sensazioni.

Osservandovi metre suonate s’intuisce un’intima e reciproca intesa, ma qual è la genesi dei vostri brani?
Il box non è solo il posto dove componiamo la nostra musica. È stato necessario ritrovare uno spazio dove concentrarci, dove le idee potessero ritrovare la loro dimensione. Siamo un gruppo in continua evoluzione. Solitamente Alessio si dedica alla stesura del testo, ma assieme lo limiamo per cercare di raggiungere anche dei punti in comune. A volte capita che dalle suggestioni della musica capiamo come lavorare sul testo. Ci piace pensare, intendere la musica come la nostra esperienza di vita, con i nostri scambi e con le nostre imperfezioni.

La chitarra di Francesco Giangrande apre il brano dopo i giri di basso che preparano all’ascolto dei suoni puliti e pieni che non mancano di sorprese, con i testi che vanno a registro con la musica. Saluto i Muri di Carta dopo aver ascoltato il loro EP. Non vedo l’ora di ritrovarli al Mo.dì per il concerto che terranno alla BAM! il primo maggio per riascoltare i racconti del nostro mondo, pieno di buchi provocati dalla ruggine.

Muri di carta, limiti valicabili fatti di ruggine