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Eroica Fenice

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Napoli e l’antropologia di Eduardo

Ogni sforzo consacrato a “vivere sul serio, sulla scena, ciò che gli altri, nella vita, recitano male”. Teatro e vita sono le componenti di un personaggio, ora come allora, pulsante. Trent’anni e le sue parole custodiscono un significato toccante, consentendo a chi le legge di riconoscere il proprio personale quotidiano, ricamato di paure e speranze.

Eduardo De Filippo: un’immagine rugosa e profonda, dalla voce piena di echi, di domande umide di malinconia, di sospiri rassegnati, di chiacchiere confidenziali e scatti rabbiosi. Straordinariamente vibrante nelle citazioni delle sue battute: per i napoletani, in vicolo San Liborio, esiste realmente il basso affumicato di Filumena Marturano. La nottata è passata, seguita da altre a loro volta superate o in attesa di svanire, ma la luminosa giornata della sua voce non è evaporata insieme al fumo denso del caffè caldo sorseggiato al balcone. È così che ci ritroviamo, a trent’anni dalla sua scomparsa, ad omaggiare il suo messaggio; tutta l’Italia in questi giorni ha celebrato il suo ricordo, mediante convegni, mostre, spettacoli, curati da grandi artisti contemporanei del calibro di Toni Servillo, ed il riallestimento del camerino in quello che fu il “suo” teatro, il San Ferdinando di Napoli.

Inserendosi in questo disegno di memorie, la giornata di venerdì 31 ottobre ha visto la Sala degli Angeli, dell’Università Suor Orsola Benincasa di Napoli, trasformarsi nel palcoscenico di un percorso di studi dedicati al rapporto tra il mondo poetico di Eduardo ed i temi storico-antropologici caratteristici dell’universo partenopeo.

Due i momenti salienti del progetto: la proiezione, introdotta da Sergio Bruno, di un cortometraggio ritrovato e restaurato dalla Cineteca Nazionale. Si tratta di “Monologo”, un filmato di circa dieci minuti, ascrivibile al periodo 1949-51, in cui Eduardo, chiacchierando al balcone con un invisibile interlocutore, riprendendo la formula sperimentata in Questi fantasmi!, dà una sua personale interpretazione del Piano Marshall, spiegando agli italiani la “ricetta” dell’economia americana destinata all’Europa, attraverso esempi concreti ed in relazione alla “contropartita” che gli Americani potrebbero esigere dall’Italia. Nell’apprendere dal professor Santanna che, grazie ai fondi del Piano Marshall, sono stati realizzati molti progetti nel nostro paese, Eduardo-Lojacono chiede di destinare alcune di quelle risorse a Napoli, esprimendo, al contempo, diversi dubbi: si evidenzia, quel cuore di Eduardo per la sua città, a cui il Piano Marshall potrebbe recare tanti benefici.

Il secondo momento, quello della tavola rotonda conclusiva, ha visto il critico teatrale Giulio Baffi condurre un trio di storici attori eduardiani: Isa Danieli, Marina Confalone e Sergio Solli. Un viaggio denso di emozioni, che si è snodato attraverso aneddoti di retroscena di un Eduardo scherzoso e confidenze sincere sul gelo che lo contraddistingueva da direttore severo qual era, ma anche da fonte inestinguibile d’insegnamenti sull’arte della moderazione: perché “’a ggente rire pe nu chiagnere!”.

Sentimento civile intriso di passione: dietro il teatro di Eduardo si cela l’antropologia della città-mondo per eccellenza, Napoli, che il maestro ha saputo trasfigurare nella metafora universale della condizione umana e delle sue contraddizioni, passioni, ossessioni, oltre ogni barriera culturale. Il sogno, il colloquio con i fantasmi, l’incontro-scontro tra modernizzazione e tradizione, il culto della famiglia, il tramonto del legame comunitario e l’individualismo consumistico sono i temi della mutazione antropologica intravista “profeticamente” da Eduardo e che soprattutto ora, a distanza di tempo, si può percepire pienamente.

Napoli e l’antropologia di Eduardo