Seguici e condividi:

Eroica Fenice

“Napoli nella Tempesta” di Eduardo De Filippo

Nell’ultimo discorso pubblico al Teatro di Taormina il 15 Settembre 1984, un mese prima della sua morte, Eduardo De Filippo diceva così: “… è stata tutta una vita di sacrifici, e di gelo. Così si fa il teatro, e io l’ho fatto!”. In un’affermazione c’è la sintesi perfetta della sua arte, intersecata fortemente oltre che con la sua terra, con la sua vita. In quel discorso c’è un po’ anche delle sue aspettative, uno sguardo speranzoso rivolto al figlio Luca, una prospettiva che volge spontaneamente verso il futuro.

Così si è aperto lo spettacolo “Napoli nella Tempesta” organizzato dal Forum Universale delle Culture Napoli e Campania, la cui prima nazionale si è svolta nel Maschio Angioino Domenica 7 Settembre, rimandato di un giorno causa maltempo. Le luci si spengono e basta qualche nota soffusa per lasciarsi prendere dalla magia della musica ed entrare nel mondo di Eduardo e non solo: ad affiancarsi a lui c’è Shakespeare, tant’è che la Tempesta si pensa sia stato uno degli ultimi capolavori del drammaturgo inglese, così come l’ultima fatica del maestro napoletano; una strana coincidenza, ma che ne accresce il senso.

Con la magia inizia anche la trasposizione della commedia: ci troviamo su un’isola imprecisata, ed è la voce narrante a farci complici del naufragio di Antonio, che ha sottratto il trono del fratello Prospero duca di Milano (interpretato da Mariano Rigillo), insieme al re di Napoli Alonso e suo figlio Ferdinando. È la musica a fare da protagonista e da contorno, insieme a momenti di stacco tra pezzi cantati e recitati. Proprio perché non c’è scenografia, ma solo gli attori e i cantanti davanti ad un leggio sul cui sfondo domina l’orchestra, alla musica spetta il compito di introdurre le scene, i cambiamenti di ambientazione, oltre che i sentimenti e le sensazioni dei personaggi coinvolti. Così è partendo dall’avvio, dove la tempesta è accompagnata da un ritmo burrascoso e virtuoso proprio come le onde impetuose de lu mare; o i toni pomposi e regali che sembrano trasportare lo spettatore direttamente alla corte del re; o l’attimo in cui Prospero libera Ariele dall’incantesimo e il suono diventa da sorpreso, a dolce e armonico; o ancora il colloquio con Calibano, che taccia il duca di essere lui il vero usurpatore, attraverso espressioni crude che vivono di pari passo con le note rabbiose della musica.

Ho rivolto alcune domande al maestro Antonio Sinagra, direttore d’orchestra dello spettacolo e autore delle musiche e delle canzoni originali.

Com’è nato lo spettacolo?

Le musiche sono state scritte quando Eduardo era vivo, io ho lavorato 4 anni con lui in varie occasioni, gli ultimi 4 anni della sua vita. Tutta la musica che hai sentito in questo spettacolo è stata quindi composta all’epoca, tranne la “Canzone di Calibano” scritta da me, come voleva Eduardo, oggi, con gli stessi criteri di allora. Durante lo spettacolo facciamo ascoltare questo brano proprio  cantato da lui poiché il suo intento era quello di essere anche il regista dello spettacolo. Già da molto tempo Eduardo aveva messo mano a questa traduzione in un napoletano reinventato da egli stesso, perché non si potrebbe  chiamare in effetti napoletano arcaico. Purtroppo è stata l’ultima opera, che egli scrisse anche per l’edizione Einaudi. La prima rappresentazione fu fatta nell’85 alla Biennale di Venezia, un anno dopo la sua morte, dalle “Marionette di Colla”, una famosa compagnia milanese, nella quale Eduardo interpretava tutti i personaggi grazie all’ausilio della sua voce registrata, tranne Miranda, unica voce femminile. Lo spettacolo non si è mai fatto in realtà. Questo qui, “Napoli nella Tempesta”, è una riduzione che ha fatto Bruno Garofalo da quella di Eduardo, con tutti i brani cantati e musicati, fatta eccezione per alcuni che adesso non sono completamente rifiniti.

 Il gruppo orchestrale è stato composto da lei? 

L’orchestra è formata da 18 persone, scelti dal maestro Gennaro Cappabianca.

In base alla sua opinione personale, quanto pensa che la figura di Eduardo De Filippo e la sua arte abbiano influito nella cultura napoletana, se non in quella nazionale?

Eduardo fa parte della storia della drammaturgia napoletana, la sua vita era il teatro. Anzi, anche quello italiano se consideriamo il napoletano come una lingua; e poi le sue opere sono state tradotte in tutto il mondo, le sue commedie sono rappresentate in russo, in francese, in inglese, in spagnolo… in cinese non lo so, ma molto probabilmente sì! Il suo è il napoletano che più ci identifica, più di Viviani che  da tradurre è un po’ più difficile. Mentre la lingua di Eduardo è più comprensibile, più accessibile.

Avendolo conosciuto, era come appariva a teatro o al cinema? Si dice che fosse una persona molto più introspettiva rispetto a quando lo si vedeva calato nella recitazione…

Era molto riservato, la folla non gli piaceva, tranne il pubblico: quando vedeva il teatro pieno era sempre contento.

Con l’epilogo e il celebre monologo di Prospero seguito da un suono leggero, come la quiete dopo la tempesta, è il momento di salutare la platea: perdonando il traditore, una benevolenza e tolleranza insita nell’opera originale che aveva colpito maggiormente Eduardo nella scelta, egli si appresta ad abbandonare i sortilegi, mentre la trama si svela, rivelando come in realtà si è trattato tutto di una fantasia.

“Nujè simme fatte cu la stoffa de li suonne”, un sogno eterno.

– “Napoli nella Tempesta” di Eduardo De Filippo –