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Eroica Fenice

Paolo Simoni

Paolo Simoni: il coraggio e l’incanto della musica

Paolo Simoni, cantautore e compositore distinto già da tanti successi, ha l’innata capacità di creare emozioni. Si narra di rane che hanno visto il mare, il suo ultimo disco, è un album ironico, travolgente e mai banale. La forza delle parole è uno dei principali ingredienti della musica di Paolo Simoni che, con intelligente eclettismo, passa in rassegna diversi aspetti della società e della vita in genere. Musica e testi sfiorano costantemente la poesia e disegnano, traccia dopo traccia, un’intensa combinazione di energia e sensibilità, di coraggio e passione. Ho fatto qualche domanda a Paolo Simoni e l’esito è stato a dir poco incantevole.

La musica ti accompagna da sempre. Potresti raccontarmi come è nata la tua passione artistica?
Si parla di talento. Fin da bambino ciascuno di noi può nascere con un talento, una predisposizione rispetto ad un’arte, un mestiere e io ne ho avute due. Una è la cucina e l’altra è la musica, le ho sempre coltivate entrambe. Ho lavorato tanto però la predisposizione mi ha portato già dai 4-5 anni a dare i primi vagiti anche musicali. È una cosa che mi accompagna da sempre, avrei voluto anche fare il pittore ma chi lo sa.

“Si narra di rane che hanno visto il mare” è un titolo che colpisce. Cosa significa precisamente per te?
È una metafora sulla vita. In realtà è una frase che ho estrapolato da una canzone del disco ma è essenzialmente una metafora che rappresenta un po’ tutti noi. Le rane siamo noi, il senso del viaggio è di uscire dal proprio stagno, dalle proprie convinzioni, dalle proprie certezze per affrontare e vedere la vita vera. Questa è in sintesi la metafora di tutto il disco, un disco che parla appunto di coraggio, di viaggio, di ritorno, di dubbi esistenziali, di storie e di persone coraggiose. Ecco perché ho voluto utilizzare ai tempi di twitter un titolo cosi lungo, è un po’ un ossimoro nei tempi che viviamo in cui ci si ritrova a dover manifestare in circa 142 caratteri i propri sentimenti. Ed io, per contropartita, perché amo il lessico e le parole, ho invece deciso di chiamare il disco con un titolo così lungo; è anche questo il senso del mio lavoro.

Prendiamo ad esempio una tua canzone. “Quanto rumore fanno poi le emozioni/ Che abbandoniamo così/ Meglio viverle fino in fondo /Meglio viverle li”. Nella tua “Sfida del tempo” quanto contano le emozioni?
Nella mia sfida del tempo le emozioni contano. È un invito soprattutto ai giovani a vivere le emozioni vere non quelle spicciole di cui siamo abituati a sentir parlare. A volte la timidezza e l’inerzia ci fanno tralasciare la possibilità di vivere i momenti fino in fondo. La sfida del tempo è la storia di un ragazzo che cresce, che scopre il sesso, che scopre l’amore ed esce da un’adolescenza turbata. La vera sfida del tempo per quello che adesso mi riguarda è nel presente, vivere per non avere rimpianti futuri, vivermi il presente esattamente come lo immagino e fregarmene degli schemi preconfezionati. La sfida del tempo è proprio l’invito a viversi il presente, viversi le emozioni fino in fondo anche pagandone a volte delle amare conseguenze.

Tanti premi e successi si sono susseguiti in questi anni ma, nella tua quotidianità, cosa significa essere un cantautore?
Ai tempi di oggi significa fare delle scelte molto rischiose perché fare musica, scrivere canzoni non è considerato un lavoro per tanti. Da un lato c’è quest’esigenza, quest’urgenza dentro di te di scrivere, di dover dire delle cose e di voler raccontare delle storie. Dall’altro c’è l’aspetto pratico della vita e in questo momento i cantautori non sono più considerati come negli anni settanta. La musica in generale sta soffrendo, ha la febbre però penso anche che stia arrivando un potente antibiotico. Viverlo tutti i giorni significa alzarsi la mattina e fare musica. Creo, arrangio, scrivo, compongo, è davvero un’esigenza. Fare il cantautore oggi non è semplice e come dicevano De Gregori e Dalla “non basta saper cantare”.

Hai composto quaranta pezzi e nel disco ne hai inseriti nove. Qual è la canzone del disco a cui sei più legato?
Io scrivo tanto e dopo scelgo. In realtà mi piacciono tutte, però “Aldilà” è una canzone nella quale riscopro un certo tepore emotivo per la tematica perché a trent’anni ti fai delle domande che non sono le stesse di quando ne avevi venti. È una canzone a cui sono legato emotivamente.

I tuoi testi sono una dolce combinazione di musica e poesia. Hai trattato temi diversi e importanti come in “Aldilà”. Se potessi formulare una domanda ed averne la risposta, cosa chiederesti?
Chi c’è? Chi sei? Questa è la domanda che farei. Credo che la vita sia un dono, che esista qualcuno che ha pensato a tutto questo e che la vita stessa sia una possibilità per noi di evolvere, di sperimentare, di credere in qualcosa, di imparare. Nella canzone chiedo “Chi c’è di là? Cosa succede?’” Il discorso è che noi sentiamo delle vibrazioni ma nessuno può dire se dall’altra parte ci sia un signore coi baffi e con gli occhiali, sono tutte ipotesi. Non c’è una risposta altrimenti non ci sarebbe il problema delle religioni che si domandano, non ci sarebbe il mio Dio e il tuo Dio. Forse è questa la domanda che mi pongo: “Chi sei? Posso parlare con te? Posso darti del tu?”. Negli anni ho imparato che non esiste un Dio che punisce se fai bene o se fai male. Credo invece che esista qualcuno di molto buono e che noi possiamo avvicinarci a quel tipo di energia e di frequenza. L’uomo è vittima e carnefice in primis di sé stesso, Dio in tutto questo non c’entra. Possiamo scegliere tra il bene e il male ed il bene ci fa avvicinare a questa cosa che chiamiamo Dio, universo, luce. Questa è dunque la domanda che mi pongo: “chi sei”?

Come spieghi il successo di “Che stress”?
Secondo me è una canzone che parla della gente e che ha avuto spazio perché il momento dell’uomo contemporaneo è quello di un uomo stressato. Non ho fatto altro che raccontare quello che mi ha suggerito la gente stessa, sono emozioni comuni. Credo che la canzone prenda forza dal raccontare le persone nel modo giusto senza diventar banale, questo secondo me è il motivo per cui “Che stress” ha avuto il suo giusto seguito.

Un viaggio lo fai dentro/E’ un biglietto con su scritto: “torno presto”. La canzone “Andare via” sembra un invito a non fermarsi. Consentimi la domanda, dove porta la tua strada?
Questo non lo so, la risposta non la so. So solo che “il viaggio non è la meta ma il viaggio stesso” e che la vita scorre proprio in quel momento. Secondo me non è importante sapere dove si arriva anche se ciascuno dentro di sé prova comunque un desiderio. Il viaggio deve essere un atteggiamento: esco di casa, non so dove vado e sto in ascolto, in apertura nei confronti del mondo. L’importante è andare.

Ringrazio Paolo Simoni per la disponibilità e la bellezza delle sue parole.

-Paolo Simoni: il coraggio e l’incanto della musica-

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