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Eroica Fenice

piccolo squallido carillon metropolitano

Piccolo squallido Carillon metropolitano al Sancarluccio

“Siamo solo due anime perse che nuotano in una boccia per i pesci. Anno dopo anno, correndo sempre sul solito terreno, cosa abbiamo trovato? Le stesse vecchie paure. Vorrei che tu fossi qui.”

Una sedia sul palco e altre appese al soffitto. Tre porte finestre che danno sui tre personaggi di uno spettacolo tristemente crudo nel suo riflettere a specchio il degrado quotidiano. Si comincia e si conclude con lo stesso suono, quello di un carillon, leitmotiv e filo conduttore delle storie. Non c’è, però, un punto di equilibrio, un tema centrale a cui è affidato il nucleo narrativo che trova, nella tragica storia familiare di due fratelli e una sorella rimasti da poco orfani, la scusa per far breccia sul velo di illusione che ricopre lo squallore che circonda la “periferia”. Questo termine viene utilizzato in modo improprio, quasi a sfottò della pochezza del mondo. Mondo che non offre certezze a chi lo abita ma soltanto una ampolla di vetro, come quella dei pesci della canzone dei Pink Floyd, come riparo dagli altri.

Questo è, tra le righe, “Piccolo e squallido Carillon metropolitano” (Teatro SanCarluccio 9 – 10 dicembre) di un Davide Sacco sempre più convincente nelle vesti di artigiano della parola. Si parte sempre dalle parole, dal testo, per costruire uno spettacolo, e questo testo è bello anche solo da leggere. Orazio Cerino, Giovanni Merano e Eva Sabelli poi, unici tre attori sulla scena, hanno interpretato a perfezione i ruoli a loro assegnati. Ruoli non facili. Orazio Cerino ha indossato i panni di un omosessuale la cui vita è scandita da rintocchi tristi, discriminazione e, come forma di ribellione al degrado, si dedica notte e giorno prima alla madre e poi alla sorella con evidenti problemi mentali (Sabelli). Mimì, che ricorda vagamente Cico di “E fuori nevica”, vive in simbiosi con il suo unico amico, un pesciolino rosso che “dorme” in attesa, forse, di risvegliarsi, un giorno, in un posto migliore. C’è, infine, Giovanni Merano che è quel fratello lontano la cui assenza ha reso insanabile la ferita di questa famiglia. Tre personaggi in cerca di autore per uno spettacolo che, forte della sua scrittura e della bravura degli attori, è capace di lasciare colpiti, perplessi, e un po’ più soli e spenti di quando si è entrati in sala.

Ma non importa <Ci si abitua ai dolori che la vita ti costringe a buttare giù, ci si abitua a tutto: alla fame, alla miseria, alla solitudine; ci si abitua a tutto>

-Piccolo squallido Carillon metropolitano al Teatro Sancarlucc

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