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Eroica Fenice

Pier Paolo Pasolini e l'impegno letterario

Pier Paolo Pasolini e l’impegno letterario

Pier Paolo Pasolini è stato romanziere, poeta, saggista, giornalista, filosofo, sociologo, regista. Alla domanda riguardante cosa scrivesse sulla carta d’identità rispondeva dicendo semplicemente scrittore. Egli si è sempre ritenuto uno scrittore di versi. E prima di passare al cinema per la ricerca di un linguaggio universale, si cimentò nella prosa. Oltre al romanzo Il sogno di una cosa, scritto nel ’45 e  lasciato nel cassetto, per poi pubblicarlo solo nel ’62, i due romanzi più riusciti sono Ragazzi di vita e Una vita violenta.

Pasolini e la società

Con tali romanzi Pasolini ha dato grande sensibilità alla realtà. Naturalmente, come ben dice Stendhal “ogni buon discorso offende“, e la dialettica pasoliniana, esplicata nelle due opere narrative che qui prendiamo in esame, fu troppo penetrante per il bel pensare dell’epoca. In seguito alla pubblicazione del primo romanzo infatti le fazioni più arretrate del D.C. individuarono in Pier Paolo Pasolini  un esempio di ciò che era considerato un autore da sdegnare. Così La presidenza del consiglio dei ministri lo segnalò alla procura della Repubblica, accusandolo di pornografia. Nella deposizione, Pasolini disse di non aver voluto scrivere un romanzo in senso classico, ma un documento della vita trascorsa in un rione a Roma. Come a dire che non è lui l’artefice del male, ma il male è reale: si era limitato, magistralmente aggiungiamo, a raffigurarla.

Ebbene signori” scrive Stendhal, che citiamo come persecutore del realismo “…il romanzo è  uno specchio che riflette la strada maestra; tale specchio può riflettere nei vostri occhi la luce del cielo o il fango delle pozzanghere” e non si può prendersela con lo specchio se la strada è sporca, ma con chi dovrebbe e non mantiene la strada pulita. Ragazzi di vita, intendendo “di malavita”,  è un affresco naturalistico con un forte e polifonico discorso indiretto libero, il romanesco. Una vita violenta invece, la quale opera è molto più matura, narra le vicende di un unico personaggio, Tommaso, il cui cammino  parte dalla vita di strada, nelle borgate, fino alla  presa di coscienza politica ed esistenziale.  “la trama di Una vita violenta mi si è fulmineamente delineata una sera del ’53… c’era un’aria fradicia e dolente, camminavo nel fango, e lì alla fermata dell’autobus ho conosciuto Tommaso. Non si chiamava Tommaso, ma era identico, di faccia, a come l’ho poi dipinto. Come spesso usano fare i giovani romani, prese subito confidenza e in pochi minuti mi raccontò tutta la sua storia.” così ci testimonia Pasolini. Ma più che la vera fonte ispiratrice, tale testimonianza vuol dirci qualcos’altro. Pier Paolo Pasolini usa una tecnica simile a quella del “manoscritto ritrovato”, tecnica con la quale si afferma nella premessa che non si è l’autore del racconto narrato, ma colui che ha trovato la storia di qualcun’altro, in vecchi documenti, in scartoffie abbandonate. Questo artificio permetteva all’autore di prendere le distanze dall’opera, ma non solo; era anche una pretesa di realismo. Allo stesso modo Pasolini ci dice che sta raccontando una storia che a sua volta gli è stata raccontata; non è lui l’artefice.

Pier Paolo Pasolini e l’impegno letterario. Perché?

Pasolini è stato definito, dal poeta D’Elia, il “poeta contro”. Contro cosa? Contro chi? Nella canzone Il Bombarolo De Andrè dice “vi scoverò i nemici per voi così distanti… profeti troppo acrobati della rivoluzione, oggi farò da me, senza lezione.” Pasolini con il suo scrivere, ci scova i lontani e invisibili nemici. Quell’astratto “loro” che in troppa retorica fumosa viene appunto nascosto, viene chiarito nelle essenziali pagine pasoliniane (forse testimonianza di questa ricerca sarebbe stato il romanzo Petrolio, purtroppo incompiuto). Lo stile e la sua ricerca possono essere ben capiti dal fatto che egli tenesse rapporti solo o con gli intellettuali o con gli appartenenti alla classe sociale più bassa, assolutamente non aveva e non voleva avere rapporti con i così detti rappresentanti della borghesia. O la vera cultura o la genuinità del popolano.

Ecco che la sua prosa o raggiunge picchi lessicali alti – nelle felici descrizioni come questa: “ma era ancora marzo, e faceva presto il sole a calare, giù dietro Roma. L’aria ritornava in penombra e quasi gelava. Come i ragazzini risortivano fuori di scuola era quasi l’ora del tramonto: e la borgata era ancora deserta, perché gli operai staccavano da lavoro più tardi, il cinema aveva aperto da poco, e i due o tre bar ancora si dovevano affollare dei soliti senza speranza“. Pier Paolo Pasolini rifiuta il linguaggio medio, quello appiattito della borghesia; linguaggio che lui definisce tecnocratico. Piuttosto, è più fecondo abbassarsi per abbracciare non solo il dialetto, ma il modo di vedere di chi lo usa, gli abitanti delle borgate, “i soliti senza speranza“. Poiché ogni linguaggio è un modo di vedere il mondo, Pasolini si abbassa a quel livello linguistico-culturale e si sforza a pensare in dialetto. Mima il linguaggio interiore. La massima espressione di realismo. Possiamo ben intuire, quindi, che con il termine impegno si vuole intendere la grande funzione sociale che il Poeta Pasolini ha avuto nella letteratura. Il fatto stesso che le sue opere urtassero il bel pensare dominante; il fatto stesso che le sue riflessioni erano  viste come una bestemmia: tutto questo deve farci riflettere. Il sistema non sbaglia mai nel scegliere il proprio nemico.

Oggi è morto un poeta!“, urlò Moravia. Ed urge la sua resurrezione, dovremmo gridare noi. Ma la morte, in letteratura, non esiste. La sua magia è appunto la possibilità di eternare tramite le opere, gli autori e il loro messaggio. Sicché, il lettore, può essere capace di eternarli, leggendo.