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Eroica Fenice

“Prima del silenzio”: intreccio di antitesi

Si potrebbe spiegare con alcune citazioni letterarie lo spettacolo “Prima del silenzio”, opera dell’autore napoletano Giuseppe Patroni Griffi messo in scena al teatro Mercadante di Napoli.

Le idee del protagonista potrebbero essere paragonate ad un pensiero di Gabriele D’Annunzio: “La parola è una cosa profonda, in cui per l’uomo d’intelletto son nascoste inesauribili ricchezze”; le idee del coprotagonista potrebbero essere paragonate ad un pensiero di Carlo Bini: “ La parola è un bel dono, ma non rende la ricchezza del nostro interno; è un riflesso smorto e tiepidissimo del sentimento, e sta alla sensazione come un sole dipinto al sole della natura”; e sintesi del loro agire potrebbe essere esplicato tramite il pensiero del filosofo Theodor Adorno: ”La libertà non sta nello scegliere tra bianco e nero ma nel sottrarsi a questa scelta prescritta”.

“Prima del silenzio” si presenta, così, come un’indagine sul significato della parola, sulla sua essenza e lo scontro che tale analisi porta tra coloro i quali fanno della parola la loro “ricchezza” e coloro che ritengono essa una sorta di “turris eburnea” del letterato. Tema fondamentale è l’intreccio di antitesi tra presente e passato, vita e memoria, individuo e società, gioventù e senilità, parola e silenzio. La parola della sapienza ed il silenzio della solitudine. L’originalità dell’individualità ed il conformismo della sovrastruttura sociale borghese.

L’opera si apre con due uomini, protagonista e coprotagonista della storia, interpretati dagli attori Leo Gullotta ed Eugenio Franceschini, i quali rappresentano la volontà di fuggire da una mentalità stretta in una rigida società di conformità borghese che annulla l’identità del singolo vista, tale identità, come diversità, come alienazione di un “io” sottomesso se non annullato da un “es” sociale. A ciò i due protagonisti, i cui nomi sono taciuti, forse perché anch’essi rappresentano in un certo qual modo per l’autore un riflesso di convenzione sociale, si oppongono, ognuno con le proprie idee anticonvenzionali, considerate tali in rapporto con la staticità di una classe che guarda esclusivamente alla “scalata sociale” e rappresentata, nello spettacolo teatrale, dalla moglie del protagonista, interpretata dall’attrice Paola Gassman, da suo figlio, interpretato dall’attore Andrea Giuliano e dal loro maggiordomo, interpretato dall’attore Sergio Mascherpa.

Fondamentale, a mio parere, è il passaggio in cui il figlio spiega al protagonista che la sua raccolta di poesie è stata riconosciuta una grande opera ed egli rifiuta la gloria, sebbene l’opera sia proprio la sua, in quanto sarebbe un uniformarsi o comunque un avallare un pensiero ed un giudizio compiuto sulla sua opera poetica della società e di quella classe che lui tanto condanna e ripudia. L’opera si ritrova, così, tutta basata sui contrasti.

Forte è, inoltre, il tema del dualismo tra “juvens” e “vetus”, tutto ciò che è giovane, presente, e tutto ciò che è remoto, pieno di memoria del passato. Tale dualismo resta irrisolto, quasi a voler simboleggiare l’impossibilità di un incontro e di una conciliazione di mentalità “diacronicamente” lontane. Eppure in ciò si nota una vicinanza di vedute tra i due protagonisti derivante dall’uguale decisione di rifiutare le gerarchie sociali. Loro “novelli Prometeo” si ritrovano a lottare da soli per quella libertà che la società per loro ha perso, ossia l’identità di loro stessi.

Prima del silenzio, inoltre, si chiude con un monologo del protagonista compiuto sulle parole, sulla loro importanza e così in un’antitesi di ombre, l’ipocrisia, e di luce, la sincerità, si staglia con forza l’idea primaria del protagonista-poeta: il ruolo totalizzante della parola.