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Eroica Fenice

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Salvator Mundi: cifra da record per il discutissimo dipinto

Recentemente il dipinto pseudo-davinciano Salvator Mundi è stato venduto all’asta per l’esorbitante cifra di 450 milioni di dollari – equivalente di circa 381 milioni di euro – aggiudicandosi, in tal modo, il primato di opera d’arte più costosa della storia del mercato dell’arte, dopo aver spodestato i 300 milioni di dollari pagati per Interchange di Willem De Kooning, venduto nel 2015. Preceduta da una poderosa campagna pubblicitaria, che ha condotto il quadro in numerose esposizioni in giro per il mondo, l’asta del 15 novembre 2017 è stata avvincente e senza precedenti: organizzata a New York da Christie’s, una delle più grandi case d’asta del mondo, ha sorpreso anche i più esperti per le cifre che ha raggiunto. Nella dorata sala d’aste nel cuore di una Big Apple in tilt e munita di incredibili misure di sicurezza, alla presenza di svariati vip prenotati per assistere e partecipare alla storica aggiudicazione, al lotto numero 9 si è svolta una gara estenuante tra diversi offerenti, durata circa 19 minuti: dai 75 milioni di dollari di partenza, le offerte si sono avvicendate senza tregua, con rilanci di diverse decine di milioni di dollari. Come ha dichiarato il New York Times, il martelletto definitivo è stato battuto sull’offerta vincente giunta da Alex Rotter, un dirigente di Christie’s, rappresentante di un compratore il cui nome non è stato rivelato.

La storia travagliata del Salvator Mundi 

Il Salvator Mundi ha una vicenda complessa, che si intreccia con quella delle sue numerose copie: innanzitutto, si tratta di un dipinto a olio su tavola di 66×46 cm, raffigurante frontalmente e a mezza figura Gesù Cristo, come tipico dell’iconografia – si pensi all’omonimo dipinto di Antonello da Messina – con la mano destra benedicente e la sinistra reggente un globo, simbolo del suo potere universale. Lo stato di conservazione e la superficie pittorica non permettono una perfetta lettura del dipinto, sebbene la raffinatezza esecutiva tradisca la mano di un pittore sapiente. Postulando una paternità davinciana, è plausibile che Leonardo abbia realizzato l’opera per un committente privato a Milano, poco prima di abbandonare la città, nel 1499, per la caduta degli Sforza; del quadro restano alcuni studi, i più noti dei quali sono i due disegni di drappeggi conservati nella Royal Collection presso il Windsor Castle. Persesi le tracce del dipinto, la sua memoria rimase affidata all’incisione eseguita nel 1650 da Wenceslaus Hollar. Se ne persero poi le tracce dal 1763 al 1900, quando fu acquistato da Sir Charles Robinson come opera di Bernardino Luini, seguace di Leonardo. Il quadro ricomparve in una piccola vendita all’asta nel 1958, dove fu acquistato per 45 sterline; in seguito scomparve nuovamente per 50 anni, fino al 2005, quando riaffiorò sul mercato. Il dipinto nel 2011 è stato autenticato da alcuni tra i suoi maggiori studiosi, in occasione della mostra svoltasi presso la National Gallery di Londra, intitolata “Leonardo da Vinci: Painter at the Court of Milan”; nel catalogo della mostra inglese, Luca Syson, curatore dell’esposizione, aveva ipotizzato che Leonardo avesse realizzato il dipinto per la famiglia reale francese e che poi fosse stato condotto in Inghilterra nel 1625 dalla regina Enrichetta Maria di Borbone, sposa di Re Carlo I, risultando registrato nell’inventario della collezione reale.

L’ “affare” Salvator Mundi

La cifra enorme che ha coinvolto il dipinto ha attirato svariate critiche, stimolate dalla non unanime condivisione dell’autenticità del dipinto. Per il critico del New York Times Jason Farago, si tratta di «un quadro religioso competente, ma non particolarmente distinto, della Lombardia del XVI secolo, passato dalle pene dell’inferno dei restauri»; secondo Jacques Franck, storico dell’arte ed esperto di Leonardo, il Salvator Mundi è stato eseguito, nella migliore delle ipotesi, da un assistente di Leonardo, con qualche suo piccolo contributo. Insomma, la storia della piccola tavola leonardesca sembra il riflesso dell’avida speculazione finanziaria dei nostri tempi, giacché a determinare il suo valore non è la sua qualità artistica, ma il valore immenso di Leonardo come “brand”, capace di generare oro ad ogni sua manifestazione e lo spettacolare coup de théatre montato ad arte da Christie’s, in grado di far scorrere fiumi di denaro sull’arte; come sostiene l’Editorial board del New York Times«anche se il motivo fosse un puro amore per l’arte, il prezzo pagato per il Leonardo testimonia che qualcosa è andato storto nell’equilibrio di valori e Valori. Riflette un mondo in cui la minuscola scheggia degli oscenamente ricchi non vede nulla di negativo nel parcheggiare centinaia di milioni di dollari su un quadro raro ma non eccezionale, che potrebbe benissimo trascorrere i prossimi anni in un deposito esentasse»È una vicenda che fa tristemente riflettere su quanto stia scadendo il valore formativo dell’arte, che va sempre più degenerando in ostentata e teatrale esibizione della ricchezza. Sorvolando sulla paternità accertata o presunta, è davvero infelice che tale patrimonio artistico sia scaduto a mero oggetto dell’investimento di un “signor qualcuno” immensamente ricco, che in un caveau climatizzato terrà a deposito il suo tesoro: un tesoro che avrebbe dovuto costituire un patrimonio dell’umanità e – forse, ancor più – dell’italianità, così inopportunamente smembrata nel mondo.