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Eroica Fenice

Ottant’anni senza Salvatore Di Giacomo

Nell’indifferenza generale delle istituzioni e delle principali testate giornalistiche, lo scorso aprile si è celebrato l’ottantesimo anniversario della morte di Salvatore Di Giacomo.
È con un serpeggiante senso di amarezza per tale lassismo che queste righe vogliono rimarcare la sua figura di Poeta guida, non soltanto di quella straordinaria stagione della Canzone Napoletana d’Arte e d’Autore, ma di una schiera d’intellettuali, poeti e drammaturghi che riaffermarono Napoli quale una delle precipue capitali europee della cultura. Un’attenta riflessione sul Di Giacomo comporta l’emersione di complessità tematiche, stilistiche e linguistiche che caratterizzano la sua produzione, a partire dal poeta dei cosiddetti versetti supremi a quello delle novelle, del teatro, fino a quello dei versi narrativi e drammatici, raccolti nel volume delle Poesie, come A San Francisco.

Una complessità dovuta anzitutto alla varietà dell’animo del Poeta che si traduce in molteplicità di stili e linguaggi, a seconda della “materia” che intende affrontare: eccolo, quindi, narratore verista attingere all’oggetto del racconto attraverso una lingua corporea, figurativa, tattile e rieccolo altresì poeta delle ariette, dove la parola raccoglie l’anima stessa dei suoni e del verbo. I bassi lerci, i vicoli sudici, i dormitori da un soldo, gli ospizi del povero, le Assunta Spina fanno da contraltare alle Serafina e Carulina che affollano le sue liriche.

Così come accennato precedentemente, l’analisi sul poeta Salvatore Di Giacomo implica necessariamente una riflessione sulla Canzone Napoletana d’allora e su quella che si è evoluta – ed in certi casi involuta – a partire proprio dall’esempio del poeta. La prassi digiacomiana, in materia poetica e successivamente musicale, trova la sua sublimazione nella musicalità stessa implicita nei versi che danno l’avvio alla fase della cosiddetta stagione d’oro della nostra Canzone. Rilevante importanza è da attribuire anche al recupero di testi antichi della tradizione partenopea, come ad esempio la celeberrima ‘E spingole frangese, testo che Di Giacomo recupera e affina secondo il suo gusto, ora sfondandolo, ora aggiungendo versi, così come accade per il ritornello. Una peculiarità questa troppo spesso dimenticata, che ulteriormente avalla l’immagine di un poeta e di un intellettuale, animato non solo da un’innata vis creativa, ma altresì da un senso di recupero di scritti, canti spesso ascrivibili alla sola tradizione orale.
Di Giacomo, così come i Porta, Cortese e Basile, si rifà al suo vivente vernacolo, perennemente «volgare» allo stato virgineo e nel contempo alla tradizione parlata, apollinea e dionisiaca nello stesso momento.

Attraverso queste ad altre specificità nascono anche i capolavori della Canzone, Era de maggio, Marechiaro, Catarì, Napulitanata, Luna nova, che trova il suo acme e al tempo stesso il suo punto di non ritorno. Il poeta non scrive più versi per canzoni a partire dal 1916: una data significativa perché segna l’incedere progressivo di un’industria della canzone che l’affranca in certe occasioni dal concetto di Arte, basti pensare all’inizio e al declino dei vari festival che degradano spesso una tradizione plurisecolare a bene di consumo.

La lezione di Di Giacomo, quindi, ad ottant’anni dalla sua scomparsa, oggi più che mai deve fungere da monito per chiunque voglia intavolare un discorso di continuazione ed evoluzione della nostra musica, legata sì da un file rouge che parte dalle villanelle, passa per il Settecento Napoletano e successivamente a Di Giacomo stesso e arriva fino ad oggi con i Palomba e Bruni, i Daniele e Avitabile, ma offuscata da un mercimonio di trivialità e brutture che rischiano di accantonare il “Bello” a favore dell’orrido. Anche in musica.

Ottant’anni senza Salvatore Di Giacomo