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Eroica Fenice

Migranti e il bel paese dell'indifferenza: la strada dell'ostilità 

Sbarchi immigrati e il bel paese dell’indifferenza: la strada dell’ostilità 

Un articolo del 26 gennaio 2017 de Il Fatto Quotidiano -in riferimento alla condizione dei migranti- riporta la notizia di un uomo morto suicida nelle acque veneziane sotto gli occhi di tutti: «La scena, ripresa da un cellulare, […] si vede il ragazzo annegare mentre il vaporetto gli passa a pochi metri. Si sentono voci agitate, ma non disperate. Gente che grida, gente che ride, una voce dice: “Questo è scemo!”. Un’altra: “Africa!”. Nessuno si lancia a salvarlo. I soccorsi arrivano quando ormai la corrente ha trascinato il corpo dall’altra parte del canale».

Si trattava di Pateh Sabally, proveniente dal Gambia, classe ’95, giunto attraverso il Canale di Sicilia, potrebbe essere l’immagine dell’indifferenza di molti e l’allarmismo di pochi. L’articolo, poi, si conclude con una domanda: «L’Europa ha dichiarato guerra ai migranti. Noi guardiamo dicendo “Africa!”. La Procura di Venezia ha aperto un’inchiesta. Ma contro chi, davvero, dovrebbe essere aperta?»

Lo scorso 5 marzo 2018, invece, è stato ucciso Idy Diane, 54 anni, da Roberto Pirrone, un pensionato fiorentino di 65 anni, sul ponte Vespucci a Firenze. Diane era originario di Morola, Senegal, giunto in Italia nel 2001 con un visto turistico. Il pensionato, dopo l’arresto, ha rivelato alla procura che il suo intento era quello di suicidarsi, ma venuto meno il coraggio, “ha sparato a caso” sulla folla per farsi arrestare. Escludendo, quindi, il movente razziale.

Tuttavia dalle telecamere circostanti si vede Pirrone che non spara a caso, ma è deciso su Diane sparandogli sei colpi: tre finiti nell’Arno e tre hanno causato la morte dell’uomo. Idy era un venditore ambulante, cugino di Modou Samb, ambulante senegalese ucciso nel dicembre 2011 da Gianluca Casseri, militante neofascista di CasaPound. Dopo atti di violenza di questo tipo e la strage di Macerata, le comunità dei migranti hanno iniziato ad avere paura, incolpando anche Matteo Salvini.

Migranti tra invaso e invasore: una lotto contro l’indifferenza 

I migranti sembrano essere -o sono- l’altra faccia dell’Italia, quella dimenticata, da guardare con indifferenza perché i loro drammi non ci riguardano. Non c’è da stupirsi affatto dell’alta percentuale dei voti della Lega dopo le elezioni del 4 marzo. Durante il clima delle elezioni il discorso sui migranti è stato affrontato macchinosamente e l’attenzione è stata spostata sempre sulla differenza etimologica tra “fascismo” e “antifascismo”, quasi a voler nascondere la polvere sotto il tappeto.

Il concetto di diversità, che ne consegue, si trascina dietro quella stessa ignoranza che si ha quando una semplice opinione diventa una sentenza basata solo su una foto, su una notizia, dando per scontati i retroscena. Per cui lo scorso 4 marzo non ha vinto solo l’ignoranza, ma la paura nata dall’ignoranza e la pericolosità della grande “ruspa”, per intenderci.

La scelta è negli italiani, in quelli che hanno preferito intraprendere la strada dell’ostilità, senza lasciare aperto un margine di comprensione. Un pericolo simile era già avvertito da Felix Nadar alla fine dell’ ‘800, quando in Fotografia omicida scriveva: «La coscienza umana dovrà attendere ancora a lungo che l’antica formula: “L’imputato è colpevole?” sia sostituita da: “L’imputato è pericoloso?”»[1]

Quindi, Pateh Sabally, Idy Diane e tutti gli altri, di cosa erano e sono colpevoli? Probabilmente la loro presunta pericolosità è causata dal fatto che, nel loro caso, vengono ignorate le normali distinzioni che si fanno tra morale ed immorale, giusto ed ingiusto, tenendo conto solo dell’opposizione invaso-invasore.

Invaso ed invasore, quando la cultura esclude ed include

Di per sé lo straniero, anche in letteratura, è “ciò di cui si ha timore”, è l’elemento rozzo e basso posto agli estremi. Anche J. F. Lyotard, negli anni ’70, circa il sapere narrativo, scriveva: «Il consenso che permette di circoscrivere un tale sapere e di distinguere chi sa da chi non sa (lo straniero, il bambino) è ciò che costituisce la cultura di un popolo».[2]

Per capire come il problema abbia carattere generale, si può far riferimento ad un ambito culturale diverso, in cui è possibile rintracciare le stesse problematiche. Ad esempio in Disgrace di John Maxwell Coetzee, premio Nobel nel 2003, il contesto storico-culturale “inverso” è quello sudafricano post apartheid.

La storia principale narra lo stupro di gruppo perpetrato ai danni di Lucy, la figlia lesbica del protagonista, l’insegnante David Lurie, probabilmente organizzato da Petrus, bracciante nero. Il movente della violenza oltre ad essere economico è anche razziale, o di genere, non solo perché la donna è bianca, ma è anche omosessuale. In questo caso si tratta di “stupro correttivo”, una violenza finalizzata a normalizzare orientamenti ritenuti devianti rispetto alla cultura/normalità corrente.

Dalla narrazione traspare l’immagine di una fattoria senza tempo, di una terra arida, secca, dimentica di un uomo abituato alla metropoli, come David. Di conseguenza risulta chiaro che in un luogo “altro” ogni uomo è straniero e così come nell’invaso, anche nell’invasore si genera una strana paura, ma anche una lieve forma di rassegnazione: «Si fa l’abitudine a tutto, anche al continuo peggioramento di ciò che già era ai limiti della sopportazione».[3]

Per cui è necessario riflettere su un aspetto da non sottovalutare perché: «molte, infatti, sono le piante che, se vengono spostate anche di poco rispetto alla loro originaria posizione, muoiono».[4]

[1] F. Nadar, Fotografia omicida in Quando ero fotografo,Abscondita 2004 (p.56)

[2] J.F. Lyotard, La condizione postmoderna, Rapporto sul sapere, (p.39)

[3] J.M. Coetzee, Disgrace, (p.228)

[4] Sara Giurovich, Problemi e metodi di scienza ippocratica: testi e commenti, (p.60)

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