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Eroica Fenice

selfie mania

Selfie-mania nell’era telematica globale

«Mi auto-scatto, dunque esisto» (non me ne voglia Cartesio) mi pare una formula perfettamente rispondente alla fenomenologia dilagante del selfie, il moderno autoscatto fotografico, divenuto fenomeno di massa nell’epoca della comunicazione globale. La denominazione della propria immagine web trasmessa è stata certificata e premiata perfino dal prestigioso Oxford Dictionaries, che ha nominato “selfie” parola dell’anno per la sua crescente popolarità. Questo neologismo derivante dalla onnipresenza tecnologica nelle nostre vite rischia, però, di sfociare – prendendo in prestito un altro lemma dal vocabolario anglosassone – in “selfish”, vale a dire in egoistica e narcisistica volontà d’invadere ogni spazio con l’immagine di sé.

Selfie e autoritratto

Oltre il loro nome innovativo e intrigante, i selfie hanno un precedente nella lunga tradizione degli autoritratti, le cui origini si fanno risalire all’antico Egitto, dove Bak, scultore di corte del faraone Akhenaton, avrebbe scolpito la propria immagine nella pietra; significativa in ambito greco è l’informazione data da Plutarco nella Vita di Pericle, secondo cui lo scultore Fidia avrebbe avuto l’«ardire» di ritrarsi di fianco a Pericle tra i personaggi della Battaglia delle Amazzoni, scolpita a bassorilievo sullo scudo dell’Atena Promachos, nel Partenone: un gesto che sarebbe costato al suo autore una condanna per empietà.

La Biblioteca Nazionale di Francia custodisce uno dei più antichi autoritratti pittorici: si tratta di una donna in abito rosa a vita alta e maniche larghe secondo la foggia medievale, con i capelli biondi raccolti in un copricapo, che regge con la mano sinistra un piccolo specchio e con la destra un pennello, con cui traspone la sua immagine riflessa dalla lente alla tela; secondo la didascalia, si tratterebbe della raffigurazione di un passo pliniano riguardante una tale Iaia di Cyzico, pittrice attiva a Roma e Napoli nel I sec. d.C., esperta in ritratti femminili ed esecutrice di «suam quoque imaginem ad speculum», un autoritratto attraverso uno specchio. Ebbene, l’immagine di questa donna intenta a riprodurre i suoi lineamenti costituisce una sorta d’istantanea di un “selfie medievale”.

A partire dall’epoca rinascimentale fino agli esordi della fotografia nel Novecento inoltrato, l’autoritratto conosce un notevole sviluppo sia come espressione del processo di emancipazione dell’artista, dall’originaria dimensione tecnico-artigianale ad una più marcatamente creativa e culturale, sia come strumento d’introspezione psicologica del pittore, personalità isolata in un mondo borghese e conformista. Quanto all’autoritratto femminile, esso costituisce il frutto di una consapevole rivendicazione nei confronti del secolare dominio maschile nel campo delle arti: oltre alla già citata Iaia, la critica ritiene autrice del primo autoritratto femminile su cavalletto la ventenne Catharina van Hemessen (1548) che, nonostante lo sguardo imbarazzato per l’inedito ruolo assunto, manifesta la volontà di affermare l’acquisita padronanza tecnica delle donne artiste.

Selfie-mania e narcisismo patologico

Attraverso questo parallelo, si nota l’uso oggi divenuto morboso di uno strumento fortemente sollecitato dalle possibilità della fotografia: mentre, infatti, dipingere un autoritratto ha avuto nella storia sottili motivazioni psicologiche, sociali e culturali, la “selfie-mania” in futuro creerà un narcisismo patologico«Se non metteremo a fuoco quello che sta accadendo nell’era della rivoluzione digitale – come osserva il giornalista e fotografo Roberto Cotroneo nel suo saggio sulle deformazioni e i pericoli dei new media –, diventerà una patologia invalidante, un’isteria moderna, capace di compromettere rapporti sociali, lavoro e sentimenti»L’ossessione pubblica per i selfie alimentata dalla rivoluzione tecnologica, con la possibilità di vedersi nel momento dello scatto e decidere di mettere il proprio corpo in diretta, valutandone espressione e postura, ha prodotto un’eccessiva trasparenza e una conseguente fine dell’intimità: «Non ci sono più luoghi inaccessibili, non ci sono più spazi non consentiti». Ognuno si sente al centro dell’universo e pensa di mettere la propria vita in comune con quella degli altri; ma rischia di diventare un Narciso innamorato della propria immagine riflessa, sino a consumarsi di inerzia, di alienazione dalla vita, quella vera.

Il selfie non è la registrazione di un istante, ma l’ossessiva illusione, per l’infinita possibilità di scatti, di farsi quali si desidera essere, “apparendo”. Pubblicare sui siti e sui social le proprie foto è come dire a tutti «qui sono quello che vorrei essere davvero»: un narcisismo collettivo che alla lunga sottrae identità, e nasconde se stessi

Sarebbe opportuno, dunque, valutare la “smodatezza di questa moda” e i suoi esiti deleteri sul privato, per sottrarsi a questa esasperata e alimentante spirale di auto-considerazione, giacché: «PENSIAMO, dunque, esistiamo!»