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Eroica Fenice

Snoopy

Snoopy: anatomia di un romanziere

Nel florido panorama della narrativa americana del ventesimo secolo è l’autore più eccentrico rispetto alle tendenze letterarie del suo tempo. Forse il più misterioso, indubbiamente uno dei più celebri: pur avendo pubblicato in vita (fino ad ora?) soltanto tre libri, è considerato tra i più influenti pensatori americani di sempre e riconosciuto in tutto il mondo come il grande scrittore americano della sua generazione.

Snoopy nasce il 10 agosto del 1950 a Minneapolis, primo di una nidiata di sette Beagle che cresce nell’indigenza e nel degrado tipico della provincia del midwest americano del dopoguerra. La grave situazione familiare porta Snoopy ad emigrare verso est: il racconto della sua condizione di esule, che lo accomuna a tanti poeti del suo secolo e non solo, sarà uno dei pilastri del suo lavoro di scrittore. Un lavoro che non sarebbe cominciato mai, senza il fortunato incontro con gli amici che lo incoraggeranno a scrivere e che diverranno in un certo senso gli eroi stessi dell’epica snoopiana: Charlie Brown, Linus van Pelt, Woodstock, solo per citare i più significativi. Dal trasferimento di Snoopy alla casetta rossa in avanti, se da un lato cominciano la fama ed i paragoni con i grandi scrittori suoi contemporanei, dall’altro le notizie circa la sua biografia si fanno sempre più incerte, fino al mistero odierno: si sa della sua conversione all’ortodossia del Grande Bracchetto (particolare che lo accomunerebbe all’ultimo T. S. Eliot e per certi aspetti a Waldo Emerson), e si racconta delle sue infinite peripezie, da lui spesso ingigantite e artatamente contraffatte (una nota biografica che lo fa assomigliare all’istrionico Hemingway) fino a sfociare in una sorta di romanzo nel romanzo che Snoopy, come tutti i grandi cani, ha fatto della sua vita. Nasce nell’autore l’esigenza di esprimere se stesso attraverso una poetica di frammentazione della coscienza, una disgregazione che si compie nel cane prima che nello scrittore: come era successo a Pessoa, da Snoopy sgorgano nuovi autori, gli eteronimi con i quali firmerà le sue grandi opere, scritte tutte tra il 1960 e il 1974. Si tratta di tre celeberrimi libri: nel diario fantastico di viaggi Sopwith Camel (1960), firmato da un misterioso aviatore definito in epigrafe “asso della prima guerra mondiale”, prende corpo la vena più magica e borgesiana di Snoopy; al memoir autobiografico Dog, bird, and the Red House, datato 1968 e a firma Joe Falchetto, sono affidate le pagine più amare in cui l’autore ricorda la sua sofferta giovinezza e la condizione di genio solitario, destinato a lungo a rimanere incompreso dalla maggior parte degli editori americani, ma anche il racconto dell’amicizia indimenticabile col fedele Woodstock, suo primo lettore; infine, l’opus magnum da molti indicato come il definitivo Grande Romanzo Americano e non a caso firmato da Snoopy ortonimo: Stormy Night (1974), di cui possiamo solo accennare brevemente, per ragioni facili da comprendere. Si tratta infatti di un romanzo-mondo mai ritenuto davvero concluso dall’autore stesso. Il fine ultimo dell’opera è senza dubbio quello di riportare il cane al centro della riflessione filosofica, con una scrittura che è per forza di cose iniziatica e iniziatrice di un mondo e di un modo di pensare di là da venire; questo problema estetico porta l’autore a costruire il romanzo su infiniti inizi, incipit di incipit, in una tessitura sempre più increspata dai fallimenti del narratore che sono i fallimenti del lettore, un gioco di specchi che vuole mettere il cane sul banco degli imputati e condannarlo una volta per tutte a fare i conti con la propria caducità. La ripetizione del famoso It was a dark and stormy night è stata paragonata al Nevermore di E. A. Poe, non senza fondamento. Trovano ampio spazio nell’opera momenti di autoironia impagabili e spesso sottovalutati dalla critica, poiché a nostro parere attraverso questi squarci di improvvisa empatia verso se stesso l’autore si riconcilia con la natura istintiva propria di quella razza canina dalla quale egli si sente esiliato senza appello. La revisione di questo romanzo è stata portata avanti ufficialmente fino al 2000, e si è interrotta a seguito della scomparsa nel nulla di Snoopy: è il capitolo finale della sua biografia, quello che lo ha fatto paragonare a J.D. Salinger e Thomas Pynchon, e forse quello più affascinante. All’apice del successo di critica e di pubblico, che lo aveva ormai consacrato ad autentica leggenda, l’autore ha fatto perdere improvvisamente le sue tracce, senza lasciare niente di scritto e andandosi a nascondere chissà dove.

Noi ce lo immaginiamo su in Minnesota, tornato dai suoi fratelli, a ridere dei fiumi d’inchiostro che si sprecano su di lui, a revisionare l’ultimo capitolo di Stormy Night nel silenzio di una stanzetta buia interrotto solo dal rumore dei tasti della sua vecchia macchina da scrivere. Speriamo che i suoi amici dell’est stiano bene, che si siano fatti una ragione della sua partenza, e in fondo ne siamo sicuri perché essi hanno trovato nei suoi libri un posto tutto per loro. E casetta rossa o quel che sia, speriamo lo stesso anche di Snoopy.

-Snoopy: anatomia di un romanziere-