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Eroica Fenice

Favole

Quello che so sulle Favole: a un passo dalla coscienza

 

«Esiste qualcosa di più scontato della cartaccia scaraventata con disprezzo per terra sotto l’indifferenza di decine di passanti?» Così ha esordito un organizzatore del “Quarto appuntamento mondiale con la coscienza” tenutosi sabato pomeriggio alla Piazza del Plebiscito di Napoli: una manifestazione pacifica in grado, per una volta, di non venir meno a quella promessa di cambiamento che dovrebbe accompagnare ogni movimento anti-bellico e di denuncia.
Beh, potremmo dire che le favole migliori si aprono con il banalissimo: “C’era una volta…”, ho pensato io. E quella che venerdì mattina, a un giorno dall’ evento, è stata raccontata a una modesta platea di pochi studenti, credetemi, è una delle più strane che io abbia mai ascoltato.
Sulla copertina di un volantino predominava un fondo opaco, scuro, senza uno spiraglio di luce. Le strofe non erano ritmate. La punteggiatura sembrava scadente, ma aveva uno stile piuttosto originale.
È stato narrato di un antico arsenale di guerra sulla cui porta di ingresso, oggi, è curioso leggere: “Arsenale della pace”.
Fu costruito a Torino nel 1983, dalle macerie di un’antica fabbrica di armi bombardata durante l’ultima guerra e, soprattutto, dal lavoro gratuito di migliaia di persone. È adesso un monastero metropolitano, una casa per giovani volenterosi, una grande famiglia aperta al mondo e dedita all’ accoglienza delle persone in difficoltà. È, ancora, un pugno di ragazzi sparsi oltre i confini dell’Europa, “un arsenale” di idee, un luogo di incontro, cultura, ricerca, dialogo e crescita collettiva.

Tuttavia, permettetemi di credere un pó meno alle favole se questa è la cosa più vicina alla fratellanza che io abbia mai ascoltato, se molti di questi volontari a breve raggiungeranno il Medio Oriente nel drammatico tentativo di aiutare donne e bambini innocenti rimasti senza neppure un tetto sotto il quale dormire. Permettetemi di vivere un po’ meno intensamente i miei sogni se devo aspettare un bombardamento prima di trattare la Pace.
Ma è forse più umano che mentre scrivo in centinaia stiano partendo e, sebbene gli dicano non ci sia pericolo, in realtà non torneranno? Ovviamente no, perché non esiste un posto come casa.
Io sono stufo di aspettare la morte di chi combatte per la pace e non per la guerra prima di rivalutarne le intenzioni. Sono stanco di sentirmi dire che gli “Eroi” non erano fatti di carne e ossa come noi, come me.
E per quanto possa essere difficile innamorarsi di qualcuno, di un ideale, di una religione, di uno strumento musicale, dell’ultima riga di una favola o di qualsiasi altra cosa, ancora più difficile è non amare. Dobbiamo, però, imparare a farlo con le giuste precauzioni, con accortezza e senza autolesionismo: è necessario rimanerne invaghiti fino a un attimo prima di poter ferire gli altri e noi stessi.
Abbiamo bisogno di un insegnante a cui venga affidata un’irrevocabile cattedra a vita: lo stesso che bussa in continuazione alla porta sinistra del nostro petto, l’unico capace di sussurrarci: «E vissero tutti felici e contenti.»
In fondo ogni racconto nasce da una morale, da una parabola a cui ispirarsi . Eppure quelle indimenticabili restano disegnate sulle labbra dei volti che abbiamo di fronte e nei cui occhi ci riflettiamo. Perché un sorriso è, di per sé, disarmante.
Sabato, a dibattito concluso, un gruppo di manifestanti ha domandato cosa avessimo imparato da questa esperienza.
Scusate il ritardo. Rispondo adesso.
Ecco, io penso ci sia poco da imparare quando si parla di circostanze negative, quando le cose non sembrano mai voler andare per il verso giusto.
In compenso ho capito una cosa: nessuno avrà mai il diritto di costringere qualcuno a raccogliere la carta abbandonata sul marciapiede. Ebbene, prima di poterlo imporre a chiunque altro, io comincerò dal ragazzo nello specchio.

-Quello che so sulle Favole: a un passo dalla coscienza- 

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